venerdì, 27 giugno 2008

Eulalia e la finestra sui ricordi

Post pubblicato su Caffè letterario

Eulalia, seguendo una corrente ascensionale, fluttua fino all’ ultimo piano di una palazzo di citta’.
All’interno dell’appartamento d’angolo, una vecchia signora, intenta da ore ad osservare le lancette dell’ orologio, guarda dalla finestra e, forse sperando in un refolo di vento, apre le imposte.
 
E’ una giornata molto calda: come quella dell’estate del ’46, quando un bel giovane di nome Giovanni si era presentato in cascina, vestito di tutto punto, per chiedere la sua mano.
Inizialmente la famiglia di lui si era opposta, ma poi le cose si erano appianate e il matrimonio era stato felice fin dal giorno della cerimonia, che si era tenuta nella chiesa di campagna del paese, in una mattina di fine agosto.
Gli anni del dopoguerra erano stati incredibili; entusiasmo, fiducia e speranza avevano consentito alla coppia di superare i problemi economici e la difficolta’ di mantenere i quattro meravigliosi figli: sforzi premiati dalla soddisfazione di vederli laureare e formare a loro volta una bella famiglia.
 
Giorno dopo giorno, calendario dopo calendario, il tempo ormai e’ passato, senza rumore, ed 
oggi il mondo sembra diverso, forse perche’ visto attraverso occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia.
Giovanni dai capelli bianchi se n’e’ andato gia’ da tre anni, ma la vecchia signora continua imperterrita a guardare dalla finestra, verso l’ora di pranzo, sperando di vederlo rientrare.
 
L’uomo col cappello che ha appena svoltato l’angolo sembra proprio lui: peccato che prosegua oltre il portone.
D’altro canto, nel corso degli anni Giovanni si e’ fatto sempre piu’ distratto, ed oggi potrebbe aver dimenticato di fermarsi nel punto giusto.
 
La donna si sporge leggermente dalla finestra per chiamarlo, ma l’uomo non la sente: del resto, i problemi d’udito di Giovanni sono risaputi.
Presa dall’ansia di attirare la sua attenzione, la donna si sporge ulteriormente dalla finestra, rischiando di perdere l’equilibrio e cadere.
Per fortuna, qualcuno la trattiene per un braccio: e’ la vicina di casa, che viene a trovarla tutti i santi giorni da quando e’ rimasta vedova. 



La vecchia si siede, un po’ delusa, brontolando per la distrazione di Giovanni, per la sua sordita’ e per mille altri motivi.
 
Poi offre alla vicina, che ha gia’pranzato, un paio di biscotti ed un caffe’, e le racconta, per la millesima volta, la storia del suo matrimonio.
 
La vicina ascolta, annuendo ogni tanto: lei sa che l’ anziana signora non si e’mai sposata, ha sempre vissuto sola, e di tanto in tanto vaneggia, specie quando fa caldo, ma non ha cuore di contraddirla.
 
Eulalia, che ha osservato tutto dalla finestra, sente un alito di vento glaciale soffiarle sul collo.
Col cuore trafitto, lascia l’anziana signora alla felicita’ che solo la follia puo’ regalare e vola via, portando con se’ tutti i ricordi del mondo: anche quelli di cio’ che non e’ mai stato e che mai sara’.

 
Cervello: area dei "falsi ricordi"
Studio riportato sul Journal of Neuroscience
"Capita, per lo piu' in eta' avanzata, che ricordiamo d'aver fatto o detto qualcosa o aver vissuto un episodio che non ci e' mai accaduto". "Sono le fantasie create da una parte del nostro cervello che potrebbe essere battezzata: 'sorgente dei falsi ricordi', alla base dei quali - riporta il Journal of Neuroscience - ci sarebbe un 'talento impressionista' che ricostruisce un'impressione d'insieme di un certo evento e che proprio per questo potrebbe farci travisare o scombussolarci i ricordi".
mercoledì, 23 gennaio 2008

Eulalia e l' Anno Nuovo

Eulalia apre la finestra. Un soffio d’aria gelida sussurra la notizia: un anno e’ morto, un nuovo anno ha preso il suo posto.
Il vento del Nord, foriero di pioggia, grandine e neve, annuncia, con voce stentorea, il tempo a venire: come antipasto, tre mesi freddi, tra gente che muore ammazzata senza motivo e malattie incurabili che esplodono improvvise, uomini pavidi coi sacchi di sabbia alle finestre e kamikaze in azione in pieno giorno.

A seguire, i giorni della fame e della sete, delle piaghe infette e del disfacimento dei corpi, giorni di lacrime nelle stanze, disperatamente bianche, dove le medicine vengono iniettate a forza:  al suono dei serpenti a sonagli, i pazzi e gli assassini balleranno con gli occhi sbarrati e i pensieri in fuga.
Per finire, nel delirio collettivo che seguira’, gli uomini disperati si caveranno gli occhi da soli, e la strada delle stelle sara’ coperta da un drappo nero.
 
 
Eulalia si veste, esce e cammina per le strade, per capire. Vuole parlare con i passanti, per chiedere loro cosa stia accadendo, ma non incontra nessuno: un silenzio innaturale attutisce il suono dei suoi stessi passi sul suolo gia’ ghiacciato, eppure non ancora bianco.
E’ buio, senza le stelle in cielo. La luna e’ fuggita gia’ da qualche giorno, ed Eulalia teme che il sole, ormai stremato, la segua lontano dalla propria orbita.
 
Eulalia guarda nelle case e intuisce cio’ che si trova dietro le tende avvizzite delle poche finestre illuminate: anziani soli, infreddoliti davanti a un fuoco che non si lascera’ riattizzare, bambini laceri con lo stomaco e l’anima ugualmente vuoti e gente senza nome, ne’ voglia di pensare a un domani.
 
Gli animali se ne sono andati da tempo; solo qualche insetto si attarda tra gli avanzi di infausti banchetti ormai decomposti, rovistando tra i rifiuti, in gara con i senzatetto affamati.
 
La colomba bianca, chiusa in gabbia, guarda mestamente il ramoscello d’ulivo. Una mano tremante si e’ avvicinata e ha aperto lo sportello, forse per pena, forse per distrazione. La creatura alata si alza di slancio e punta verso il cielo.
Sa che la lotta sara’ impari: dovra’ evitare i fucili dei bracconieri e le fionde dei teppisti, eppure non ha lasciato ancora ogni speranza, perciò non tutto e’ perduto.
 
Eulalia, dalle bianche piume, vola, sempre piu’ in alto, fino a quando la citta’ diventa un punto grigio inghiottito dalla tempesta.
Le strade sono fili neri, e le piazze paiono lacrime d’asfalto; da lontano, tutto puo’ sembrare poetico: basta volerlo.
Eulalia si sfila una remigante, la intinge in una nuvola, e inizia a vergare con eleganza versi e rime bianche su un cielo sorprendentemente blu.
Chissa’ : forse domani andra’ meglio.
domenica, 07 ottobre 2007

Eulalia e il gelataio a rotelle

Il gelataio a rotelle e’ tornato. Dall’altra parte del giardino, accanto alla fontana, elargisce sorrisi e scampoli d’estate in forma di cono.
Le mamme pagano, e mentre i piccoli assaggiano la fragola e il pistacchio, lui come resto da’ due monete e un arrivederci alla prossima stagione.
Intanto, sopra a un albero, una foglia verde come un ramarro decide di passare il fine settimana sul marciapiede, e si stacca dal ramo.
 
Tra non molto diventera’ gialla, e con lei appassira’ l’ultimo ritaglio di bella stagione.
Le altalene umide non vedranno bambini fino alla primavera, e il giardino, finalmente silenzioso, meditera’, insieme al passerotto affamato, sulla vanita’ del mondo.

 
Eulalia e’ indecisa: non ha voglia di mangiare il gelato, ma le spiace perdere l’ultimo treno per la coppetta del colore del sole.
Un cane abbaia: segno che e’ tempo di tornare a casa.
Eulalia guarda il carretto sorridendo, ma non cambia il percorso, e spreca l’occasione.
 
Da qualche parte spira gia’ il vento del nord. Eulalia non puo’ ancora sentirlo: si crogiola nel pomeriggio ancora caldo, come se il tepore non dovesse finire mai.
E quando verra’ il momento di infilare il cappotto, non si lamentera’, perche’ Eulalia sa bene che niente e’ per sempre.

*** *** ***

Un ringraziamento a StazioneTermini per questo post.
lunedì, 01 ottobre 2007

Eulalia e il Primo di Ottobre

Eulalia cammina. Il marciapiede e’ lungo, ma lei non se ne cura: e’ troppo occupata ad accarezzare con la memoria una cartella rossa di pelle, ornata da un rettangolo di cavallino pezzato.
 
Un tempo, quella cartella rappresentava per Eulalia la realizzazione di un sogno bellissimo: Eulalia camminava con il fardello ancorato alle esili spalle, immaginando di galoppare nelle praterie.
Per il cavallo, invece, la cartella di Eulalia aveva significato la fine di una pacata e solitaria esistenza trascorsa tra i pali di un recinto, ma questo Eulalia non lo sapeva: era ancora in quell’ eta’ in cui non si sospetta mai che il proprio benessere possa passare per la sofferenza di qualcun altro.
 
Cosi’, il primo ottobre di un anno qualsiasi, Eulalia, con la sua cartella di cavallino bianco a macchie rosso-arancio, aveva lasciato la mano della mamma per salire i gradini ed infilarsi silenziosamente in classe, dando inizio a una lunga sequenza di giorni apparentemente tutti uguali ed equamente suddivisi tra lezioni, passeggiate fino ai bagni e merende.
 
Non era stata lei a scegliere il banco: l’anziana maestra, per comodita’, aveva messo a sedere i bambini in ordine alfabetico, per poter memorizzare piu’ facilmente i loro nomi.
Eulalia non aveva scelto nemmeno il grembiule bianco, la cui misura troppo grande era finalizzata ad un utilizzo che si sarebbe protratto negli anni successivi, ne’ le due palline di velluto verde che le penzolavano del collo, una buffa via di mezzo tra un fiocco e un cravattino eccentrico di coda di topo e pon-pon.

Ma ad Eulalia tutto questo piaceva, cosi’ come le piacevano i compagni con gli occhiali, le finestre sul giardino e il vecchio banco di legno, che da tempo non aveva, ne’ avrebbe mai piu’ visto in vita sua un calamaio pieno d’inchiostro.

 

Su invito della maestra, in una classe in religioso silenzio, cosi’ diversa da quella che sarebbe diventata la societa’ negli anni a seguire, Eulalia aveva aperto un quaderno, e poco dopo aveva appoggiato sul lato destro del banco un foglio di carta assorbente colorata.

Il profumo dei fogli a righe blu copiativo e della colla (che inevitabilmente veniva usata per qualsiasi scopo, tranne quello per cui era stata messa nel barattolo di metallo grigio-argento), era la cosa che preferiva della scuola, dopo i pennarelli colorati, che occupavano un posto speciale nel suo cuore.
Eulalia si divertiva a riempirli d’alcool, appena mostravano segni di cedimento, per riempire i fogli con mille chiazze di colore. Provava un amore smisurato per quelli color verde pisello, gli azzurri e il ciclamino, e non capiva perche’ i suoi compagni si accanissero ad usare sempre quelli rossi.
 
In classe, quel giorno, molti piangevano e chiamavano a gran voce la mamma, ma Eulalia non era tra quelli che si disperavano.

Eulalia viveva e sognava tra i banchi, sospesa tra realta’ e fantasia, vergogna ed amore, paura e leggerezza: fin da quel primo ottobre, Eulalia aveva capito di essere diversa, e a nulla erano valsi i suoi sforzi per fingere di non saper leggere e scrivere, cercando di passare inosservata: era evidente perfino per i compagni di scuola che quella bambina non camminava, come gli altri, a passi incerti tra parole nuove e letture sillabate a fatica.
Eulalia era al di la’ della loro immaginazione.
 
Il suono di un clacson riporta velocemente il calendario al proprio posto. Eulalia deve attraversare la strada, e dato che non e’ buona cosa finire sotto a un camion per colpa dei ricordi, decide di lasciare la bambina del passato nel banco in terza fila, a destreggiarsi tra matite e temperini di un tempo che non tornera’ mai piu’.

Il semaforo sta gia’ virando al giallo: la piccola Eulalia saluta da lontano con una mano davvero molto piccola, e torna ad esercitarsi con aste e puntini, per cercare di somigliare agli altri bambini.
postato da: soffiodimaggio alle ore 23:46 | link | commenti (247)
categorie: pensieri, ricordi, scuola, sogni, amici, tempo, persone, , autunno, ottobre, eulalia
sabato, 22 settembre 2007

Eulalia e l'impermeabile

Eulalia, il 21 di Settembre, ha scritto un piccolo post qui.

Poiche' qualche amico che ne e' venuto a conoscenza  ha chiesto di poterlo leggere, ha pensato di rendere pubblico il link, per non escludere nessuno dalla  lettura.

Se lo desiderate, potete commentare anche su questo Blog.

Buon fine settimana a tutti.

 

 

mercoledì, 19 settembre 2007

Eulalia e l' equinozio d'autunno

Il sole sorge sempre piu’ tardi: sta per giungere il tempo in cui la notte e’ piu’ lunga del giorno, ed Eulalia, sentendo anzitempo un brivido di freddo, ha rubato alla spiaggia un pugno di rena.

Si e’ illusa di portare a casa un pezzo di spiaggia, per confondere il rumore del getto acqua nel lavandino con lo sciabordio del mare sotto la luna piena.
E’ il momento giusto per ripensare a una poesia, letta molti anni prima, e mai dimenticata:
 
 
Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio,
il cor senti' che il giorno era piu' breve.

E un’ansia repentina il cor m’assalse
per l’appressar dell’umido equinozio
che offusca l’oro delle piagge salse.
 
Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,

l’ombra crescente d’ogni stelo vano
quasi ombra d’ago in tacito quadrante.


Ma la mano di Eulalia, benche’ serrata, non trattiene a lungo il soffice raccolto: l’ultimo granello di sabbia presto e’ caduto, senza rumore, ne’ un lamento.

Eulalia guarda il cielo, ancora azzurro, e poi la propria mano.
E’ vuota.

 


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