Eulalia cammina. Il marciapiede e’ lungo, ma lei non se ne cura: e’ troppo occupata ad accarezzare con la memoria una cartella rossa di pelle, ornata da un rettangolo di cavallino pezzato.
Un tempo, quella cartella rappresentava per Eulalia la realizzazione di un sogno bellissimo: Eulalia camminava con il fardello ancorato alle esili spalle, immaginando di galoppare nelle praterie.
Per il cavallo, invece, la cartella di Eulalia aveva significato la fine di una pacata e solitaria esistenza trascorsa tra i pali di un recinto, ma questo Eulalia non lo sapeva: era ancora in quell’ eta’ in cui non si sospetta mai che il proprio benessere possa passare per la sofferenza di qualcun altro.
Cosi’, il primo ottobre di un anno qualsiasi, Eulalia, con la sua cartella di cavallino bianco a macchie rosso-arancio, aveva lasciato la mano della mamma per salire i gradini ed infilarsi silenziosamente in classe, dando inizio a una lunga sequenza di giorni apparentemente tutti uguali ed equamente suddivisi tra lezioni, passeggiate fino ai bagni e merende.
Non era stata lei a scegliere il banco: l’anziana maestra, per comodita’, aveva messo a sedere i bambini in ordine alfabetico, per poter memorizzare piu’ facilmente i loro nomi.
Eulalia non aveva scelto nemmeno il grembiule bianco, la cui misura troppo grande era finalizzata ad un utilizzo che si sarebbe protratto negli anni successivi, ne’ le due palline di velluto verde che le penzolavano del collo, una buffa via di mezzo tra un fiocco e un cravattino eccentrico di coda di topo e pon-pon.
Ma ad Eulalia tutto questo piaceva, cosi’ come le piacevano i compagni con gli occhiali, le finestre sul giardino e il vecchio banco di legno, che da tempo non aveva, ne’ avrebbe mai piu’ visto in vita sua un calamaio pieno d’inchiostro.
Su invito della maestra, in una classe in religioso silenzio, cosi’ diversa da quella che sarebbe diventata la societa’ negli anni a seguire, Eulalia aveva aperto un quaderno, e poco dopo aveva appoggiato sul lato destro del banco un foglio di carta assorbente colorata.
Il profumo dei fogli a righe blu copiativo e della colla (che inevitabilmente veniva usata per qualsiasi scopo, tranne quello per cui era stata messa nel barattolo di metallo grigio-argento), era la cosa che preferiva della scuola, dopo i pennarelli colorati, che occupavano un posto speciale nel suo cuore.
Eulalia si divertiva a riempirli d’alcool, appena mostravano segni di cedimento, per riempire i fogli con mille chiazze di colore. Provava un amore smisurato per quelli color verde pisello, gli azzurri e il ciclamino, e non capiva perche’ i suoi compagni si accanissero ad usare sempre quelli rossi.
In classe, quel giorno, molti piangevano e chiamavano a gran voce la mamma, ma Eulalia non era tra quelli che si disperavano.
Eulalia viveva e sognava tra i banchi, sospesa tra realta’ e fantasia, vergogna ed amore, paura e leggerezza: fin da quel primo ottobre, Eulalia aveva capito di essere diversa, e a nulla erano valsi i suoi sforzi per fingere di non saper leggere e scrivere, cercando di passare inosservata: era evidente perfino per i compagni di scuola che quella bambina non camminava, come gli altri, a passi incerti tra parole nuove e letture sillabate a fatica.
Eulalia era al di la’ della loro immaginazione.
Il suono di un clacson riporta velocemente il calendario al proprio posto. Eulalia deve attraversare la strada, e dato che non e’ buona cosa finire sotto a un camion per colpa dei ricordi, decide di lasciare la bambina del passato nel banco in terza fila, a destreggiarsi tra matite e temperini di un tempo che non tornera’ mai piu’.
Il semaforo sta gia’ virando al giallo: la piccola Eulalia saluta da lontano con una mano davvero molto piccola, e torna ad esercitarsi con aste e puntini, per cercare di somigliare agli altri bambini.