lunedì, 20 aprile 2009

Eulalia e lo splendido giardino

La mia storia inizia in questo splendido giardino.
 
Non e’ un giardino qualsiasi: e’ il mio giardino, un luogo tanto bello quanto caldo.
Fiori ovunque, e' vero, ma a parte le spendide rose, i gigli, le violette e gli esuberanti tulipani, non c'e' altro.
 
Non un albero, non un arbusto piu' alto del ginocchio, non un rampicante sagomato ad arte.
Ed e' cosi' che da piu' di due ore cammino per i vialetti di ghiaia bianca, ammirando una dalia, interrogandomi sul segreto dei narcisi e sperando, inutilmente, di trovare un po' d'ombra.
 
Ho caldo e molta sete.
Vorrei qualcosa di fresco, anzi, ghiacciato: una bella limonata.
Ma non uno di quei bicchieri che ti vendono i ragazzini agli angoli delle strade: io ne vorrei una intera caraffa.
Anzi, una damigiana.
No, veramente, mi berrei una intera limonaia spremuta in bicchieri enormi, e dentro ci metterei dei cubetti di ghiaccio grandi come iceberg. Ecco cosa farei.
 
E invece, giro e rigiro per i vialetti, finche' mi sembra che siano i vialetti a girare, e poi che il mondo intero giri intorno a me. Allora piego le gambe e mi siedo, o meglio, sono le mie gambe a decidere di non reggermi piu', e nel tempo di un respiro finisco lungo disteso su un letto di ciclamini.

 
 
Come e' bello il cielo visto da questa prospettiva: stranamente, non ci avevo mai pensato.
Non ci pensavo di certo, quando stamattina ho preso il treno, ne' quando sono arrivato in stazione, e nemmeno quando ho preso quella bicicletta verde appoggiata contro il muro, per venire fin qui, nel mio castello.
 
 
Ho ereditato tutto: titolo nobiliare, mura secolari, arredi storici, tappeti, arazzi, biblioteca, quadri, vasi, argenteria e questo splendido giardino.
 
Ma ora fa troppo caldo, e non m'importa delle armature, delle scuderie, della torre ovest, ne' del ponte levatoio: tutto quello che vorrei e' una bella piscina, un costume da bagno, e un trampolino per tuffarmi nel blu.
 
Oppure vorrei un bel melo, proprio qui sopra, a farmi ombra, cosi' starei al fresco, e tra un paio di mesi potrei chiedere alla cuoca di preparare la torta di mele.
Si', quella torta la potrei mangiare nella sala da ballo, dove ovviamente darei delle feste memorabili, e la gente danzerebbe al suono dell'orchestra.
 
 
E un giorno, per ridere, prenderei quel grammofono che troneggia in mezzo allo studiolo, e dopo aver scelto tra la pila di vecchi dischi un bel valzer, mi metterei a ballare da solo, nel mio salone decorato a festa: come mi invidiebbero i vicini!
 
 
E quanto gia’ m’invidiano, ora che sono diventato Conte.
Ecco, gia' li vedo, corrermi incontro a chiedere chi una grazia, chi un favore, chi la mia protezione.
Come corrono veloci! Ecco che arrivano, tutti vestiti di bianco.
 
 
 
E quando mi caricano sulla barella rispondo che sto benissimo, davvero non potrei stare meglio, e che dall'alto della mia scranna daro' loro udienza, quando fara' meno caldo.
 
 
Esercizio di stile: scrivere un racconto di tre minuti.
 
Incipit d'obbligo: "La mia storia inizia in questo splendido giardino"
 
Elementi d'obbligo:
Castello
Stazione
Piscina e costume da bagno
Biblioteca
Limonaia, bicchieri e ghiaccio
Torta di mele
Bicicletta
Grammofono e vecchi dischi
 
Eulalia invita tutti gli amici del Blog a partecipare all'esercizio scrivendo un racconto, che Eulalia sara' lieta di pubblicare e segnalare. 

 


martedì, 06 gennaio 2009

Eulalia e il nuovo anno

Eulalia e' in perenne movimento .

Sospesa tra il mondo degli uomini e quello delle creature ultraterrene, viaggia nel piano della natura e in quello del fantastico.

Tra lo spazio profondo e gli abissi dell'anima, danza nelle notti di luna calante, tenendo in mano la torcia perenne della passione e del destino, e sebbene una gelida coltre bianca copra la terra e i sogni, Eulalia, novella Ecate, procede a passo spedito, con sicurezza.

 

Eulalia e' viva.

 

giovedì, 06 novembre 2008

Eulalia e l'autobus del giovedi'

 
Eulalia corre tra la gente. Attorno a lei, uno sciame di persone senz’ali s’agita e sgomita per tornare al proprio alveare.
Non c’e miele, ne’ profumo di fiori sull’ autobus che porta a casa le facce tristi del giovedi’ sera: solo volti tirati, barbe incolte, occhi scavati.
 
Eulalia prova un senso di nausea: sara’ per colpa del rollìo, oppure a causa dell’ enorme, ripugnante montagna di carne e grasso che si e’ seduta, sbuffando, accanto a lei.
 
Si tratta di un ubriaco, che regge in mano una bottiglia ormai quasi vuota.
Appena salito a bordo, si e’ scaraventato in uno dei pochi posti liberi; indossa abiti che non hanno provato l’emozione di un bucato da almeno sei settimane, ed emana un tanfo che mette a dura prova lo stomaco dei presenti.
 
Eulalia, pero’, non si muove, temendo di irritarlo: lo ha appena visto inveire contro un passeggero che aveva avuto l'ardire di trovarsi nelle vicinanze del posto libero, ed Eulalia non vuole scatenare alcun tipo di reazione in uno sconosciuto in grado di stendere una persona usando semplicemente il proprio alito.
 
L'ubriaco fissa Eulalia con insistenza e lei, per non sentirsi troppo a disagio, ma soprattutto per non cedere al desiderio dello stomaco, che vorrebbe rigettare il pranzo, inizia a concentrarsi sugli altri passeggeri.
Durante l'intero tragitto cerca di indovinare le storie dei presenti partendo da un qualsiasi dettaglio: un paio di occhiali dalla montatura rosso fuoco,un foulard a quadri verdi, un paio di scarpe con i lustrini o una giacca stretta e lisa.
 
Prima che l'autobus giunga alla destinazione di Eulalia, l'ubriaco si alza e va a discutere con la macchina obliteratrice,  che peraltro sembra ascoltarlo con maggiore interesse dei presenti.
Eulalia approfitta dell' inaspettata opportunita' per alzarsi e sgusciare via, in direzione della porta: ora il suo stomaco prova un grande sollievo, e anche il suo umore sembra risentire positivamente del cambiamento.


 
Solo in quel momento si avvede della presenza di un anziano, seduto accanto alla porta d'uscita, che prima era al di fuori della sua visuale.
Eulalia non e' molto brava ad attribuire l'eta' delle persone: l'uomo potrebbe avere settant' anni, come ottantacinque, ma cio' che non sfugge agli occhi di Eulalia e' la sua espressione.
 
L'anziano veste con cura, ma senza sfoggio di eleganza; porta un giaccone color kaki, imbottito e a prova di pioggia, non proprio nuovo, ma in ottime condizioni, ed indossa scarpe da ginnastica molto comode: alla sua eta', le esigenze del corpo superano di gran lunga quelle della vanita' personale.
 
Nel complesso, ad Eulalia sembra una persona tranquilla e posata, ma e' evidente che qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Infatti, dopo due fermate, l'uomo prende dalla tasca un fazzoletto e si asciuga una lacrima.
Eulalia inizia a fare delle ipotesi: forse e' malato, oppure ha un problema che non puo'risolvere; in ogni caso, ha l'aria di qualcuno che sta affrontando qualcosa di nuovo e terribile.
 

I presenti voltano lo sguardo altrove: un uomo che piange in autobus, evidentemente, e'uno spettacolo poco gradevole.
Gli altri passeggeri, infatti, preferiscono fissare la propria borsa, tuffarsi nel giornale o fingere di leggere le pubblicita' sui cartelloni.
Eulalia, invece, decide che non e' il caso di ignorare il problema, ne' di fermarsi alle congetture, cosi' si avvicina all'uomo e gli chiede se stia bene e se ci sia qualche problema.
 
L' uomo la guarda un po' stranito, rinchiudendosi nella giacca come una tartaruga nel guscio, poi si decide a parlare.
In effetti, le cose non vanno affatto bene: poco prima ha ricevuto una telefonata che lo avvertiva del decesso della moglie, ed ora si sta recando in ospedale.
E' comprensibilmente scosso, ed Eulalia, quando arriva la sua fermata, decide di andare con lui.
 
L'uomo scende, visibilmente provato, ma ancora saldo sulle proprie gambe.
Sebbene continui a sostenere di non aver bisogno di essere accompagnato, Eulalia legge nel suo sguardo il bisogno, anzi, l'assoluta necessita' di un sostegno morale.
Cosi, scesa dall'autobus, lo affianca e percorre, in assoluto silenzio, un pezzo di marciapiede a fianco dell'anziano.
L'uomo, mentre cammina, la guarda, come per studiarla, poi inizia a raccontare.
 
E' stato in ospedale con la moglie fino all' ora di pranzo: lei era ricoverata da molto tempo, ma fino al giorno precedente le sue condizioni non avevano mai destato alcuna preoccupazione.
Al mattino, pero', la donna aveva iniziato a lamentarsi per un malessere diffuso: le era venuta la febbre ed aveva chiesto di essere visitata da un dottore.
L'uomo, che andava a trovarla tutti i giorni, sia al mattino che al pomeriggio, vedendola soffrire, aveva parlato con il medico di turno, che lo aveva rassicurato sulle condizioni della donna e lo aveva invitato ad andare, come di consueto, a pranzare a casa, sostenendo non ci fosse alcun pericolo.
 
Cosi', seppure un po' in ansia, era tornato alla propria abitazione e aveva iniziato a mangiare, con il proposito di tornare in ospedale nel primo pomeriggio, cosa che del resto faceva da anni, ma a meta' del piatto di pasta aveva ricevuto la telefonata dell'ospedale, e il mondo gli era crollato addosso.
 
Rimproverava a se stesso di non essere stato con la moglie al momento del trapasso, di aver ascoltato la voce del medico che minimizzava il problema, invece del proprio istinto, e si colpevolizzava per averla lasciata morire da sola.
Erano sposati da piu' di cinquant'anni, e malgrado la vecchiaia, le malattie e l'insesorabile scorrere del tempo, si amavano ancora.
 
Cammin facendo, l'anziano, con gli occhi lucidi, apre i forzieri in cui ha racchiuso i ricordi di una vita, raccontando ad Eulalia delle esperienze, delle gioie, dei problemi, delle difficolta' che i due hanno affrontato, nell'arco di mezzo secolo, sempre insieme.
 
Giunto all'ingresso dell'ospedale, l'uomo si lascia accompagnare fin sopra la scalinata d'ingresso, poi insiste per proseguire da solo, ed Eulalia comprende che e' giusto che sia cosi': il suo compito e' finito e sa bene che sara' l'anziano a dover affrontare, da quel momento, un percorso di solitudine proprio in quella fascia di eta' in cui si e' meno corazzati per farlo.
 
Lo saluta, accetta con piacere il ringraziamento ed il sorriso triste, ma sincero, dell' uomo, e lo lascia andare incontro ad un destino su cui Eulalia,  purtroppo, non ha alcun potere.
 
Proseguendo a piedi, lungo un marciapiede annegato da una pioggia sottile, Eulalia, privata della bacchetta magica, quasi rimpiange il rassicurante malessere provato accanto all'ubriaco: ora prova una gran nausea, che, ahimè, non svanira' scendendo da alcun autobus.
 
 



venerdì, 13 giugno 2008

Eulalia e la polvere di stelle

 
 
Oggetto sconosciuto vicino shuttle
 
Lo hanno notato gli astronauti, forse pezzo di ghiaccio
(ANSA) - NEW YORK, 13 GIU - Gli astronauti dello Shuttle hanno notato un oggetto non identificato sulla scia del traghetto spaziale. Indagano ora sulla sua natura. Lo ha annunciato la Nasa.

L'oggetto e' stato avvistato dopo che il Discovery aveva acceso i motori: potrebbe trattarsi di un pezzo di ghiaccio. Gli astronauti hanno notato anche una ammaccatura sulla coda della navetta. Il Discovery ha oggi avviato le procedure per il rientro a terra previsto domani.




 
 
Eulalia plana dolcemente sulla superficie del lago.
Alghe, trote ed anatre mandarine l’accolgono con un applauso: il tempo del ritorno era ormai giunto ed Eulalia e’ rientrata appena in tempo per svolgere il proprio compito.


Con delicatezza, apre il sacco argentato di fronte al pubblico pennuto: una sottile polvere di stelle si libra nell’aria, sollevata da un refolo di vento.
E’ un piccolo, meraviglioso regalo degli spazi siderali: ovunque si posi, l’ impalpabile sostanza porta vita, forza, ed amore.


Eulalia non ha potuto portarne a sufficienza: giusto quanto basta per far felici i daini, le aquile e gli anemoni di mare.
Eulalia ha in programma altri, numerosi viaggi, e spera che gli umani non la intercettino, rovinando tutto.
Loro non sono ancora pronti a ricevere il dono celeste, ma sono piu’ che attrezzati per rovinare la vita agli esseri con cui dividono il pianeta.


Eulalia ha deciso di non pensarci: sparsa l’ultima manciata di polvere, rimette il sacco in spalla e riparte, in direzione dello spazio profondo.
mercoledì, 16 aprile 2008

Eulalia e la Fata Confetto II

La Fata si muove in punta di piedi; agile come una ballerina, danza fino a un piccolo specchio d'acqua.


Rimira, con un po’ di civetteria, il proprio riflesso: ora che la sua statura e’ pari a quella di un umano, si sente ancora piu’ bella.
L’acqua dello stagno, limpida e fresca, e’ cosi’ pura ed invitante che l’incantevole creatura non puo’ fare a meno di chinarsi per sfiorarla con la punta delle dita.
 
Dal punto in cui la sottile, tenera mano tocca l’acqua, partono cerchi concentrici: la superficie s’increspa appena; poi, un sottile strato di brina appare sopra agli steli d’erba che rasentano il bordo dello stagno.

Pochi istanti dopo, l’acqua si raffredda, trasformandosi in uno struggente ricordo invernale: un blocco di ghiaccio molto spesso, dentro al quale i pesci, impotenti spettatori, restano imprigionati, come accade a certi fiori, che finiscono la loro esistenza racchiusi nei fermacarte di vetro.


Gli anatroccoli, che nuotavano in fila indiana dietro la loro madre, non hanno migliore destino e, fermi in una immobilita’ fotografica, che nulla ha a piu’ a che vedere con la vita, punteggiano di giallo intenso la superficie disperatamente bianca dello stagno ammutolito.




La Fata, felice come solo gli esseri alati sanno essere, sorride, si rialza e cammina verso una radura.

Rose selvatiche ed anemoni sgargianti, timide margherite e spavaldi crocus, tintinnanti campanellini, primule rigogliose, denti di leone, primule e violette: dinanzi a lei, un paradiso di colori e profumi s’apre a perdita d’ occhio.

Una carezza ad un fiore, un soffio su una corolla, un tocco a uno stelo verde: la Fata si muove con grazia e dolcezza.
Le piante fremono, come scosse da una brezza che si fa via via piu’ intensa, poi si contorcono, ritraendo le foglie, riconoscendo, troppo tardi, un’ oscura minaccia.

I fiori si richiudono.
Sono piccoli scudi colorati la cui bellezza, purtroppo, non basta a garantire sufficiente protezione: infatti avvizziscono, prosciugati da una siccita’ innaturale, e poi soccombono. Fragili scheletri anneriti e piccoli cumuli di cenere grigia prendono subito il loro posto nel deserto creato dal nulla, e dei profumi mattutini non resta neppure il ricordo.

E mentra Eulalia, ancora incredula, cerca la forza per reagire, la Fata alza le spalle, un po' delusa per la breve ed effimera essenza dello spettacolo, e si avvia, a passo leggero, verso la citta' piu' vicina.


 


giovedì, 10 aprile 2008

Eulalia e la Fata Confetto


Eulalia, in volo mattutino, guarda l'alba dall'alto.

La Fata Confetto si stiracchia.
L’ involucro alieno, in cui e’ racchiuso il soffice letto di piume di cigno, sta per schiudersi: si avvicina l’ora di affacciarsi sul mondo.

 
Il grande fiore, di un delicato rosa pallido, spuntato da un seme caduto dallo spazio, e’ chiuso su se’ stesso. Sembra un enorme uovo di pasqua profumato e la rugiada mattutina che scende, in gocce minute, lungo lo stelo allungato, manda bagliori zuccherini e riflessi cangianti .
In pochi minuti il sole taglia il traguardo dell’orizzonte e si slancia verso il cielo: e’ primavera.

  
Il tempo di intiepidirsi ai raggi dorati, e la corolla finalmente si schiude, rivelando al mondo il prezioso contenuto.
La fata, ancora mezza addormentata, si alza con un sorriso, mentre un usignolo canta felice l’inno alla nuova stagione e le lumache, pigre ed indolenti, si trascinano alla ricerca dell’insalata novella.





L’eterea creatura spazzola con cura la fluente chioma bionda, sapientemente cosparsa di polvere lunare, poi si fa scivolare addosso un abito che sembra rubato alle lande delle aurore boreali.
 
Si passa compiaciuta le mani lungo i fianchi, accarezzando l’abito di tulle e taffeta’ che fascia, senza comprimere, la sua slanciata silhouette. Il leggero e grazioso tutu’, tutto trine e merletti, alterna toni cremisi e scarlatti, porpora e peonia, pesco e mandorlo: una specie di piccolo, leggiadro bouquet profumato, che si armonizza con i nastri di seta delle minuscole scarpette da ballerina dai riflessi perlacei.

La Fata apre gli occhioni da cerbiatta, mostrando le iridi di un celeste abbagliante; mentre le ali multicolori si asciugano al sole, sbatte le lunghe ciglia e si rimira, vezzosa, allo specchio.
 
E’ bellissima: il rossetto trasparente e il trucco delicato, fatto di polveri impalpabili, mescolate a un velo di cipria dorata, rendono il suo viso simile a una rosa tea nel pieno della fioritura.
 
Il mattino si apre, in tutto il suo splendore: le piante liberano i migliori profumi della stagione e gli animali escono dalle tane, senza piu’ temere pioggia e gelo.
 

mercoledì, 23 gennaio 2008

Eulalia e l' Anno Nuovo

Eulalia apre la finestra. Un soffio d’aria gelida sussurra la notizia: un anno e’ morto, un nuovo anno ha preso il suo posto.
Il vento del Nord, foriero di pioggia, grandine e neve, annuncia, con voce stentorea, il tempo a venire: come antipasto, tre mesi freddi, tra gente che muore ammazzata senza motivo e malattie incurabili che esplodono improvvise, uomini pavidi coi sacchi di sabbia alle finestre e kamikaze in azione in pieno giorno.

A seguire, i giorni della fame e della sete, delle piaghe infette e del disfacimento dei corpi, giorni di lacrime nelle stanze, disperatamente bianche, dove le medicine vengono iniettate a forza:  al suono dei serpenti a sonagli, i pazzi e gli assassini balleranno con gli occhi sbarrati e i pensieri in fuga.
Per finire, nel delirio collettivo che seguira’, gli uomini disperati si caveranno gli occhi da soli, e la strada delle stelle sara’ coperta da un drappo nero.
 
 
Eulalia si veste, esce e cammina per le strade, per capire. Vuole parlare con i passanti, per chiedere loro cosa stia accadendo, ma non incontra nessuno: un silenzio innaturale attutisce il suono dei suoi stessi passi sul suolo gia’ ghiacciato, eppure non ancora bianco.
E’ buio, senza le stelle in cielo. La luna e’ fuggita gia’ da qualche giorno, ed Eulalia teme che il sole, ormai stremato, la segua lontano dalla propria orbita.
 
Eulalia guarda nelle case e intuisce cio’ che si trova dietro le tende avvizzite delle poche finestre illuminate: anziani soli, infreddoliti davanti a un fuoco che non si lascera’ riattizzare, bambini laceri con lo stomaco e l’anima ugualmente vuoti e gente senza nome, ne’ voglia di pensare a un domani.
 
Gli animali se ne sono andati da tempo; solo qualche insetto si attarda tra gli avanzi di infausti banchetti ormai decomposti, rovistando tra i rifiuti, in gara con i senzatetto affamati.
 
La colomba bianca, chiusa in gabbia, guarda mestamente il ramoscello d’ulivo. Una mano tremante si e’ avvicinata e ha aperto lo sportello, forse per pena, forse per distrazione. La creatura alata si alza di slancio e punta verso il cielo.
Sa che la lotta sara’ impari: dovra’ evitare i fucili dei bracconieri e le fionde dei teppisti, eppure non ha lasciato ancora ogni speranza, perciò non tutto e’ perduto.
 
Eulalia, dalle bianche piume, vola, sempre piu’ in alto, fino a quando la citta’ diventa un punto grigio inghiottito dalla tempesta.
Le strade sono fili neri, e le piazze paiono lacrime d’asfalto; da lontano, tutto puo’ sembrare poetico: basta volerlo.
Eulalia si sfila una remigante, la intinge in una nuvola, e inizia a vergare con eleganza versi e rime bianche su un cielo sorprendentemente blu.
Chissa’ : forse domani andra’ meglio.
venerdì, 26 ottobre 2007

Eulalia e il ditirambo

Accanto al marciapiede, un' auto sta accostando. Dal finestrino s'intravede la sagoma del conducente.
Eulalia, che cammina per la strada, incrocia per un istante il suo sguardo; ha occhi porcini, incastonati in un viso aguzzo: una sottile barba a punta color setter irlandese ne sottolinea l'espressione ambigua.

L'uomo apre la portiera per uscire; appena posa il piede a terra, Eulalia nota con stupore che al posto delle scarpe indossa due zoccoli neri. Lo sconosciuto ha lunghe orecchie a punta, ride da solo ed alza il volto spiritato verso le nuvole.

Dopo di lui scende dalla vettura una donna dalla pelle diafana, non molto slanciata, vestita di foglie e tralci di vite. Tiene per mano una ragazza che le somiglia: forse una sorella, che esce ridendo dall' abitacolo. Subito dopo, altre figure sbucano dalle portiere; qualcuna e' vestita di rovi, altre sono coperte di pelli, grappoli d'uva e castagne.


Eulalia e' a pochi passi dal gruppo, ma nessuno fa cenno di notarla.
L'uomo, agitando la coda, estrae un piccolo flauto ed intona una melodia semplice, ma gradevole.
Intanto, dall'auto parcheggiata continuano a scendere persone in vesti stravaganti: donne in abiti succinti e ragazzi dai capelli ricci coperti da strisce di camoscio.
Sciolte le trecce ramate, una ragazza si cosparge le chiome di una mistura profumata, mentre una compagna s' appresta ad accenderle d' un fuoco destinato ad ardere tutta la notte.

Si balla al suono dei sistri, mentre dall'auto escono ceste di frutta, giovinetti imberbi e uomini tarchiati seminudi dalle strane gambe animalesche. Alcuni recano con se' dei capri neri, che scuotono la testa nervosi.
L'uomo che era al volante ride d'un riso sguaiato, ed e' a lui che due ragazze dai capelli cinabro offrono i seni strabordanti e la frutta matura. Lui prende tutto, con ingordigia, affondando un pugnale nel cuore di una mela, che si spacca a meta', liberando semi neri e profumo.
La morde, per bramosia piu' che per fame, ma e' gia' pronto a volgere la lunga lama affilata verso la gola del capro piu' vicino.


Eulalia inizia a sentirsi a disagio; qualcuno, forse intenzionalmente, l'ha urtata, facendola finire contro il muro.
Ragazze inghirlandate di foglie d'edera e serpenti danzano e ridono, col capo rovesciato all'indietro, al ritmo ossessivo dei tamburi di budello; sul fuoco acceso in mezzo alla strada vengono gettate pigne e rami che grondano resina.
Il delirio contagia i presenti, ebbri di vino e lascivia.


Nuove creature escono dal bagagliaio per unirsi alla festa lubrica, e sul selciato, gia'  coperto di foglie, si consumano con violenza i primi amplessi. Al ritmo del ditirambo gli invasati ballano e gridano, in preda a un'esaltazione che presto raggiungera' l'apogeo: e' l'ora della caccia rituale.

Occhi maligni guardano Eulalia, come si guarda una splendida preda selvatica da cacciare a mani nude e sbranare sul posto: fatta a brandelli, ancora calda e pulsante di sangue e terrore, Eulalia appare un nutrimento prezioso da ingoiare a fauci spalancate.

Eulalia, pero', ritiene di non dover pagare di persona il prezzo della festa.
Corre a perdifiato, col cuore in gola e mille stiletti alle spalle.
Eulalia ha gambe di cerbiatto e scatto da lepre: finalmente trova rifugio in un tempio, forse di Apollo.
La tragedia non le si addice, almeno per oggi.
 
domenica, 07 ottobre 2007

Eulalia e il gelataio a rotelle

Il gelataio a rotelle e’ tornato. Dall’altra parte del giardino, accanto alla fontana, elargisce sorrisi e scampoli d’estate in forma di cono.
Le mamme pagano, e mentre i piccoli assaggiano la fragola e il pistacchio, lui come resto da’ due monete e un arrivederci alla prossima stagione.
Intanto, sopra a un albero, una foglia verde come un ramarro decide di passare il fine settimana sul marciapiede, e si stacca dal ramo.
 
Tra non molto diventera’ gialla, e con lei appassira’ l’ultimo ritaglio di bella stagione.
Le altalene umide non vedranno bambini fino alla primavera, e il giardino, finalmente silenzioso, meditera’, insieme al passerotto affamato, sulla vanita’ del mondo.

 
Eulalia e’ indecisa: non ha voglia di mangiare il gelato, ma le spiace perdere l’ultimo treno per la coppetta del colore del sole.
Un cane abbaia: segno che e’ tempo di tornare a casa.
Eulalia guarda il carretto sorridendo, ma non cambia il percorso, e spreca l’occasione.
 
Da qualche parte spira gia’ il vento del nord. Eulalia non puo’ ancora sentirlo: si crogiola nel pomeriggio ancora caldo, come se il tepore non dovesse finire mai.
E quando verra’ il momento di infilare il cappotto, non si lamentera’, perche’ Eulalia sa bene che niente e’ per sempre.

*** *** ***

Un ringraziamento a StazioneTermini per questo post.

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