giovedì, 23 aprile 2009

Eulalia e e lo splendido giardino IV

Esercizio di stile di jackres

http://catalitica.splinder.com/

 

 La mia storia inizia in questo splendido giardino.

 
A sei anni mi intrufolavo tra le siepi di pitosforo e bosso, rincorrevo le lucertole e afferravo la vita con le mani. Del giardino ero il re ed un vecchio mandorlo era il mio castello. Mi ci arrampicavo con agilità. Lassù mi sentivo in cielo perché da lassù potevo tenere sott’occhio tutto il mio mondo, il mio splendido giardino.
 
Non passò molto che mi ritrovai in una stazione, il mio mondo costretto in una valigia che profumava di viole. Sul principio il partire mi fu doloroso, ma quanti profumi avrei scoperto da quel giorno in poi! Viaggiavo sempre, non mi fermavo mai: quando in treno, spesso a piedi, qualche bicicletta rubata. Lasciavo che a guidarmi fosse il mio naso. Mi bastava attendere l’alba per trovare del pane caldo; lasciarmi nauseare dalla mimosa per capire che l’inverno, ormai, stava per finire.
 
Dovunque andassi, città o villaggio che fosse, ricordi, avevo il vizio di arrampicarmi sui muri di cinta delle case signorili. Dai loro giardini cercavo di intuire che tipo di persone fossero. Se scovavo alberi da frutto gioivo: era certo che, nel suonare alla loro porta, mi avrebbero offerto qualcosa da mangiare. Se trovavo una piscina dubitavo: gente fredda. Se trovavo dei cani alzavo i tacchi e giravo alla larga.
 
Un pomeriggio accadde che mi arrampicai e scorsi una festa, una festa a bordo piscina. Gente fredda, pensai subito, ma un tizio mi vide e non esitò a gridare: «Che diavolo fa lassù? È di vedetta? Salti giù e venga a farsi un bagno». Ed io saltai giù.
 
Quando vide com’ero conciato credo si pentì di avermi invitato. Ma fu comunque caloroso nell’accogliermi, al pari del resto degli invitati. Mi dettero un costume e lasciarono che io sguazzassi liberamente nel loro cloro. Poi mi invitarono ad un tavolo, dove non mancavano bicchieri e ghiaccio, e mi offrirono una limonata, da accompagnare a una squisita torta di mele. «Questa torta l’ho fatta io – mi dicesti tu – con le mele del frutteto. Sta dall’altro lato della casa, lo vuoi vedere?».
 
Trovai lavoro nella biblioteca del paese, ti sposai e per lungo tempo vivemmo in quella casa. Ricordo i meli, i peschi, gli albicocchi, e anche i due nespoli, che piantai io stesso dopo che ti convinsi a fare a meno della piscina. D’estate davamo delle bellissime feste nel frutteto, con solo un grammofono e dei vecchi dischi, e le lampadine colorate appese, non l'ho dimenticato.
 
Ma la mia storia ha inizio in questo splendido giardino, e adesso che non ci sei più qui desidero che finisca. Voglio di nuovo accarezzare queste siepi di bosso, e perdermi nel rincorrere con lo sguardo le mie lucertole in festa, perché il loro re è tornato. E voglio starmene seduto sotto al vecchio mandorlo, a guardare il mio mondo fatto di cielo.
giovedì, 06 novembre 2008

Eulalia e l'autobus del giovedi'

 
Eulalia corre tra la gente. Attorno a lei, uno sciame di persone senz’ali s’agita e sgomita per tornare al proprio alveare.
Non c’e miele, ne’ profumo di fiori sull’ autobus che porta a casa le facce tristi del giovedi’ sera: solo volti tirati, barbe incolte, occhi scavati.
 
Eulalia prova un senso di nausea: sara’ per colpa del rollìo, oppure a causa dell’ enorme, ripugnante montagna di carne e grasso che si e’ seduta, sbuffando, accanto a lei.
 
Si tratta di un ubriaco, che regge in mano una bottiglia ormai quasi vuota.
Appena salito a bordo, si e’ scaraventato in uno dei pochi posti liberi; indossa abiti che non hanno provato l’emozione di un bucato da almeno sei settimane, ed emana un tanfo che mette a dura prova lo stomaco dei presenti.
 
Eulalia, pero’, non si muove, temendo di irritarlo: lo ha appena visto inveire contro un passeggero che aveva avuto l'ardire di trovarsi nelle vicinanze del posto libero, ed Eulalia non vuole scatenare alcun tipo di reazione in uno sconosciuto in grado di stendere una persona usando semplicemente il proprio alito.
 
L'ubriaco fissa Eulalia con insistenza e lei, per non sentirsi troppo a disagio, ma soprattutto per non cedere al desiderio dello stomaco, che vorrebbe rigettare il pranzo, inizia a concentrarsi sugli altri passeggeri.
Durante l'intero tragitto cerca di indovinare le storie dei presenti partendo da un qualsiasi dettaglio: un paio di occhiali dalla montatura rosso fuoco,un foulard a quadri verdi, un paio di scarpe con i lustrini o una giacca stretta e lisa.
 
Prima che l'autobus giunga alla destinazione di Eulalia, l'ubriaco si alza e va a discutere con la macchina obliteratrice,  che peraltro sembra ascoltarlo con maggiore interesse dei presenti.
Eulalia approfitta dell' inaspettata opportunita' per alzarsi e sgusciare via, in direzione della porta: ora il suo stomaco prova un grande sollievo, e anche il suo umore sembra risentire positivamente del cambiamento.


 
Solo in quel momento si avvede della presenza di un anziano, seduto accanto alla porta d'uscita, che prima era al di fuori della sua visuale.
Eulalia non e' molto brava ad attribuire l'eta' delle persone: l'uomo potrebbe avere settant' anni, come ottantacinque, ma cio' che non sfugge agli occhi di Eulalia e' la sua espressione.
 
L'anziano veste con cura, ma senza sfoggio di eleganza; porta un giaccone color kaki, imbottito e a prova di pioggia, non proprio nuovo, ma in ottime condizioni, ed indossa scarpe da ginnastica molto comode: alla sua eta', le esigenze del corpo superano di gran lunga quelle della vanita' personale.
 
Nel complesso, ad Eulalia sembra una persona tranquilla e posata, ma e' evidente che qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Infatti, dopo due fermate, l'uomo prende dalla tasca un fazzoletto e si asciuga una lacrima.
Eulalia inizia a fare delle ipotesi: forse e' malato, oppure ha un problema che non puo'risolvere; in ogni caso, ha l'aria di qualcuno che sta affrontando qualcosa di nuovo e terribile.
 

I presenti voltano lo sguardo altrove: un uomo che piange in autobus, evidentemente, e'uno spettacolo poco gradevole.
Gli altri passeggeri, infatti, preferiscono fissare la propria borsa, tuffarsi nel giornale o fingere di leggere le pubblicita' sui cartelloni.
Eulalia, invece, decide che non e' il caso di ignorare il problema, ne' di fermarsi alle congetture, cosi' si avvicina all'uomo e gli chiede se stia bene e se ci sia qualche problema.
 
L' uomo la guarda un po' stranito, rinchiudendosi nella giacca come una tartaruga nel guscio, poi si decide a parlare.
In effetti, le cose non vanno affatto bene: poco prima ha ricevuto una telefonata che lo avvertiva del decesso della moglie, ed ora si sta recando in ospedale.
E' comprensibilmente scosso, ed Eulalia, quando arriva la sua fermata, decide di andare con lui.
 
L'uomo scende, visibilmente provato, ma ancora saldo sulle proprie gambe.
Sebbene continui a sostenere di non aver bisogno di essere accompagnato, Eulalia legge nel suo sguardo il bisogno, anzi, l'assoluta necessita' di un sostegno morale.
Cosi, scesa dall'autobus, lo affianca e percorre, in assoluto silenzio, un pezzo di marciapiede a fianco dell'anziano.
L'uomo, mentre cammina, la guarda, come per studiarla, poi inizia a raccontare.
 
E' stato in ospedale con la moglie fino all' ora di pranzo: lei era ricoverata da molto tempo, ma fino al giorno precedente le sue condizioni non avevano mai destato alcuna preoccupazione.
Al mattino, pero', la donna aveva iniziato a lamentarsi per un malessere diffuso: le era venuta la febbre ed aveva chiesto di essere visitata da un dottore.
L'uomo, che andava a trovarla tutti i giorni, sia al mattino che al pomeriggio, vedendola soffrire, aveva parlato con il medico di turno, che lo aveva rassicurato sulle condizioni della donna e lo aveva invitato ad andare, come di consueto, a pranzare a casa, sostenendo non ci fosse alcun pericolo.
 
Cosi', seppure un po' in ansia, era tornato alla propria abitazione e aveva iniziato a mangiare, con il proposito di tornare in ospedale nel primo pomeriggio, cosa che del resto faceva da anni, ma a meta' del piatto di pasta aveva ricevuto la telefonata dell'ospedale, e il mondo gli era crollato addosso.
 
Rimproverava a se stesso di non essere stato con la moglie al momento del trapasso, di aver ascoltato la voce del medico che minimizzava il problema, invece del proprio istinto, e si colpevolizzava per averla lasciata morire da sola.
Erano sposati da piu' di cinquant'anni, e malgrado la vecchiaia, le malattie e l'insesorabile scorrere del tempo, si amavano ancora.
 
Cammin facendo, l'anziano, con gli occhi lucidi, apre i forzieri in cui ha racchiuso i ricordi di una vita, raccontando ad Eulalia delle esperienze, delle gioie, dei problemi, delle difficolta' che i due hanno affrontato, nell'arco di mezzo secolo, sempre insieme.
 
Giunto all'ingresso dell'ospedale, l'uomo si lascia accompagnare fin sopra la scalinata d'ingresso, poi insiste per proseguire da solo, ed Eulalia comprende che e' giusto che sia cosi': il suo compito e' finito e sa bene che sara' l'anziano a dover affrontare, da quel momento, un percorso di solitudine proprio in quella fascia di eta' in cui si e' meno corazzati per farlo.
 
Lo saluta, accetta con piacere il ringraziamento ed il sorriso triste, ma sincero, dell' uomo, e lo lascia andare incontro ad un destino su cui Eulalia,  purtroppo, non ha alcun potere.
 
Proseguendo a piedi, lungo un marciapiede annegato da una pioggia sottile, Eulalia, privata della bacchetta magica, quasi rimpiange il rassicurante malessere provato accanto all'ubriaco: ora prova una gran nausea, che, ahimè, non svanira' scendendo da alcun autobus.
 
 



venerdì, 27 giugno 2008

Eulalia e la finestra sui ricordi

Post pubblicato su Caffè letterario

Eulalia, seguendo una corrente ascensionale, fluttua fino all’ ultimo piano di una palazzo di citta’.
All’interno dell’appartamento d’angolo, una vecchia signora, intenta da ore ad osservare le lancette dell’ orologio, guarda dalla finestra e, forse sperando in un refolo di vento, apre le imposte.
 
E’ una giornata molto calda: come quella dell’estate del ’46, quando un bel giovane di nome Giovanni si era presentato in cascina, vestito di tutto punto, per chiedere la sua mano.
Inizialmente la famiglia di lui si era opposta, ma poi le cose si erano appianate e il matrimonio era stato felice fin dal giorno della cerimonia, che si era tenuta nella chiesa di campagna del paese, in una mattina di fine agosto.
Gli anni del dopoguerra erano stati incredibili; entusiasmo, fiducia e speranza avevano consentito alla coppia di superare i problemi economici e la difficolta’ di mantenere i quattro meravigliosi figli: sforzi premiati dalla soddisfazione di vederli laureare e formare a loro volta una bella famiglia.
 
Giorno dopo giorno, calendario dopo calendario, il tempo ormai e’ passato, senza rumore, ed 
oggi il mondo sembra diverso, forse perche’ visto attraverso occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia.
Giovanni dai capelli bianchi se n’e’ andato gia’ da tre anni, ma la vecchia signora continua imperterrita a guardare dalla finestra, verso l’ora di pranzo, sperando di vederlo rientrare.
 
L’uomo col cappello che ha appena svoltato l’angolo sembra proprio lui: peccato che prosegua oltre il portone.
D’altro canto, nel corso degli anni Giovanni si e’ fatto sempre piu’ distratto, ed oggi potrebbe aver dimenticato di fermarsi nel punto giusto.
 
La donna si sporge leggermente dalla finestra per chiamarlo, ma l’uomo non la sente: del resto, i problemi d’udito di Giovanni sono risaputi.
Presa dall’ansia di attirare la sua attenzione, la donna si sporge ulteriormente dalla finestra, rischiando di perdere l’equilibrio e cadere.
Per fortuna, qualcuno la trattiene per un braccio: e’ la vicina di casa, che viene a trovarla tutti i santi giorni da quando e’ rimasta vedova. 



La vecchia si siede, un po’ delusa, brontolando per la distrazione di Giovanni, per la sua sordita’ e per mille altri motivi.
 
Poi offre alla vicina, che ha gia’pranzato, un paio di biscotti ed un caffe’, e le racconta, per la millesima volta, la storia del suo matrimonio.
 
La vicina ascolta, annuendo ogni tanto: lei sa che l’ anziana signora non si e’mai sposata, ha sempre vissuto sola, e di tanto in tanto vaneggia, specie quando fa caldo, ma non ha cuore di contraddirla.
 
Eulalia, che ha osservato tutto dalla finestra, sente un alito di vento glaciale soffiarle sul collo.
Col cuore trafitto, lascia l’anziana signora alla felicita’ che solo la follia puo’ regalare e vola via, portando con se’ tutti i ricordi del mondo: anche quelli di cio’ che non e’ mai stato e che mai sara’.

 
Cervello: area dei "falsi ricordi"
Studio riportato sul Journal of Neuroscience
"Capita, per lo piu' in eta' avanzata, che ricordiamo d'aver fatto o detto qualcosa o aver vissuto un episodio che non ci e' mai accaduto". "Sono le fantasie create da una parte del nostro cervello che potrebbe essere battezzata: 'sorgente dei falsi ricordi', alla base dei quali - riporta il Journal of Neuroscience - ci sarebbe un 'talento impressionista' che ricostruisce un'impressione d'insieme di un certo evento e che proprio per questo potrebbe farci travisare o scombussolarci i ricordi".
martedì, 11 settembre 2007

Eulalia e l' 11 Settembre

- GINEVRA, 10 SET - Ogni 30 secondi una persona si toglie la vita nel mondo, ha ricordato oggi a Ginevra l'Organizzazione mondiale della sanita' (Oms). Circa 3mila persone si suicidano ogni giorno nel mondo, ha indicato l'Oms in occasione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio. Il tasso di suicidio e' salito del 60% in 50 anni e l'aumento piu' significativo si registra nei paesi in via di sviluppo. Il suicidio e' diventata poi la 3/a causa di morte tra i giovani dai 15 ai 34 anni.
 
 
 
Eulalia scuote la testa e guarda l’orologio.
Accanto, un ragazzo imbraccia un fucile e lo punta dritto al piccolo spazio in mezzo ai propri occhi.
Eulalia si sposta piu’ in la’, e vede una coppia in procinto di gettarsi dal ponte.
E allora Eulalia cammina, verso la periferia, in cerca di pace. Al terzo piano del palazzo piu’ alto, una madre apre i fornelli di casa, ma non per cucinare. Eulalia, turbata, sale in macchina, per andare lontano. Davanti a lei, una studentessa al volante punta a tutta velocita’ contro l’albero piu’ vicino.
 
Eulalia, angosciata, fugge, senza guardarsi attorno.
Ignora persone che si danno fuoco, famiglie che si lanciano nel vuoto, anziani che prendono sonniferi come caramelle e bambini appesi per il collo ad una corda legata all’albero.

 
In preda al panico, Eulalia guarda di nuovo il quadrante.
Trenta secondi ancora, e forse tocchera’ a lei.
Ma ad Eulalia non serve una pistola, ne’ un tubo di scappamento collegato all’abitacolo, o un pugnale rituale.
 
Eulalia muore, tutti i giorni.
Muore in ufficio, a casa, nel traffico.
Muore lontana dalle persone care, a cui non riesce a dedicare tempo.
Muore distante dalle cause per cui varrebbe la pena di vivere e lottare, strangolata da un’esistenza che in fondo non le appartiene.
 
Eulalia spera che qualcuno fermi l’orologio.
Trenta secondi.

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