domenica, 17 maggio 2009

Eulalia e lo splendido giardino XI

Esercizio di stile di edaltrestorie

http://edaltrestorie.splinder.com/

La mia storia inizia in questo splendido giardino. I pomeriggi estivi della mia infanzia, dopo la fine della scuola, li trascorrevo sempre nella casa in campagna, con i miei cugini, insomma con la banda di cui io mi ero autoeletta capo! I miei genitori credevano che io dormissi nella mia camera ma in realtà dopo qualche minuto mi alzavo, correvo a chiamare gli altri ed in fretta lasciavamo i nostri letti, giravamo i cuscini in verticale e ci mettevamo sopra la coperta, in modo che se ci fossero stati eventuali “controlli” sembrava che stessimo beatamente dormendo.

L’appuntamento era in giardino e lì la nostra fantasia di ragazzini divagava libera, come se per lunghi anni fosse stata imprigionata fra le briglie del sonnellino ristoratore pomeridiano e cominciavamo a giocare, a immaginare, a inventare…il fatto di farlo di nascosto rendeva i nostri giochi molto più avventurosi e il non rispettare le regole, ci faceva sentire “grandi”.

A volte fingevamo di essere i proprietari di un castello e dalla torre riusciamo a vedere i nostri vastissimi possedimenti, dove i cavalli si muovevano liberi, aspettando solo di essere cavalcati da noi. Altre volte ci intrufolavamo nella biblioteca di famiglia e ci arrampicavamo sulla scala fino allo scaffale più alto per scegliere un libro che non leggevamo mai, ma ci piaceva vedere l’immagine della copertina e la sensazione di fresco, come una leggera brezza, che si sentiva nello sfogliarne le pagine … quasi come fosse stato un ventaglio.

I pomeriggi di luglio nel paese erano molto caldi, a volte facevamo una capatina nella limonaia, sempre di nascosto, e brindavamo facendo tintinnare i bicchieri riempiti fino all’orlo di cedrata, di chinotto e di ghiaccio. Bere bibite ghiacciate, ecco un’altra cosa proibita che facevamo nei pomeriggi afosi, fregandocene degli ammonimenti che riecheggiavano lontani nelle nostre menti come tormentoni: “…non correte, non sudate, non bevete bibite ghiacciate, non fate il bagno dopo aver mangiato....etc…” .

A volte, sotto il pigiama, ci mettevamo direttamente il costume da bagno e appena usciti dal letto, lo nascondevamo bene bene e con addosso solo il costume scendevamo in piscina dove, seduti o stesi sul bordo, ci gustavamo una bibita e ci mangiavamo una fetta di torta di mele, rubata in cucina, che doveva essere la nostra merenda al risveglio.

Noi più avventurosi non disdegnavamo una bella passeggiata in bicicletta fino alla stazione….ci è sempre piaciuto stare a guardare la gente alla stazione ed immaginare la storia di ognuno: c’è chi parte da solo, un ragazzo accompagnato dalla famiglia non riesce a staccarsi dalla mamma, una coppia di fidanzati si bacia e continua a parlare dal finestrino anche quando lei è già salita sul treno…e c’è chi arriva, qualcuno è atteso e scompare nell’abbraccio di chi lo aspetta, qualcuno si guarda intorno e cerca chi non è venuto a prenderlo, altri scendono senza esitazioni e si dirigono verso l’uscita.

Poi quando si avvicinava l’ora di svegliarsi ritornavamo nelle nostre camere e come se niente fosse successo ci alzavamo e ci ritrovavamo tutti nel soggiorno dove il nonno finalmente poteva far suonare a tutto volume il suo grammofono e i vecchi dischi…ora che eravamo tutti svegli e che la musica non poteva disturbare il nostro sonnellino ristoratore pomeridiano …

giovedì, 23 aprile 2009

Eulalia e e lo splendido giardino IV

Esercizio di stile di jackres

http://catalitica.splinder.com/

 

 La mia storia inizia in questo splendido giardino.

 
A sei anni mi intrufolavo tra le siepi di pitosforo e bosso, rincorrevo le lucertole e afferravo la vita con le mani. Del giardino ero il re ed un vecchio mandorlo era il mio castello. Mi ci arrampicavo con agilità. Lassù mi sentivo in cielo perché da lassù potevo tenere sott’occhio tutto il mio mondo, il mio splendido giardino.
 
Non passò molto che mi ritrovai in una stazione, il mio mondo costretto in una valigia che profumava di viole. Sul principio il partire mi fu doloroso, ma quanti profumi avrei scoperto da quel giorno in poi! Viaggiavo sempre, non mi fermavo mai: quando in treno, spesso a piedi, qualche bicicletta rubata. Lasciavo che a guidarmi fosse il mio naso. Mi bastava attendere l’alba per trovare del pane caldo; lasciarmi nauseare dalla mimosa per capire che l’inverno, ormai, stava per finire.
 
Dovunque andassi, città o villaggio che fosse, ricordi, avevo il vizio di arrampicarmi sui muri di cinta delle case signorili. Dai loro giardini cercavo di intuire che tipo di persone fossero. Se scovavo alberi da frutto gioivo: era certo che, nel suonare alla loro porta, mi avrebbero offerto qualcosa da mangiare. Se trovavo una piscina dubitavo: gente fredda. Se trovavo dei cani alzavo i tacchi e giravo alla larga.
 
Un pomeriggio accadde che mi arrampicai e scorsi una festa, una festa a bordo piscina. Gente fredda, pensai subito, ma un tizio mi vide e non esitò a gridare: «Che diavolo fa lassù? È di vedetta? Salti giù e venga a farsi un bagno». Ed io saltai giù.
 
Quando vide com’ero conciato credo si pentì di avermi invitato. Ma fu comunque caloroso nell’accogliermi, al pari del resto degli invitati. Mi dettero un costume e lasciarono che io sguazzassi liberamente nel loro cloro. Poi mi invitarono ad un tavolo, dove non mancavano bicchieri e ghiaccio, e mi offrirono una limonata, da accompagnare a una squisita torta di mele. «Questa torta l’ho fatta io – mi dicesti tu – con le mele del frutteto. Sta dall’altro lato della casa, lo vuoi vedere?».
 
Trovai lavoro nella biblioteca del paese, ti sposai e per lungo tempo vivemmo in quella casa. Ricordo i meli, i peschi, gli albicocchi, e anche i due nespoli, che piantai io stesso dopo che ti convinsi a fare a meno della piscina. D’estate davamo delle bellissime feste nel frutteto, con solo un grammofono e dei vecchi dischi, e le lampadine colorate appese, non l'ho dimenticato.
 
Ma la mia storia ha inizio in questo splendido giardino, e adesso che non ci sei più qui desidero che finisca. Voglio di nuovo accarezzare queste siepi di bosso, e perdermi nel rincorrere con lo sguardo le mie lucertole in festa, perché il loro re è tornato. E voglio starmene seduto sotto al vecchio mandorlo, a guardare il mio mondo fatto di cielo.
giovedì, 06 novembre 2008

Eulalia e l'autobus del giovedi'

 
Eulalia corre tra la gente. Attorno a lei, uno sciame di persone senz’ali s’agita e sgomita per tornare al proprio alveare.
Non c’e miele, ne’ profumo di fiori sull’ autobus che porta a casa le facce tristi del giovedi’ sera: solo volti tirati, barbe incolte, occhi scavati.
 
Eulalia prova un senso di nausea: sara’ per colpa del rollìo, oppure a causa dell’ enorme, ripugnante montagna di carne e grasso che si e’ seduta, sbuffando, accanto a lei.
 
Si tratta di un ubriaco, che regge in mano una bottiglia ormai quasi vuota.
Appena salito a bordo, si e’ scaraventato in uno dei pochi posti liberi; indossa abiti che non hanno provato l’emozione di un bucato da almeno sei settimane, ed emana un tanfo che mette a dura prova lo stomaco dei presenti.
 
Eulalia, pero’, non si muove, temendo di irritarlo: lo ha appena visto inveire contro un passeggero che aveva avuto l'ardire di trovarsi nelle vicinanze del posto libero, ed Eulalia non vuole scatenare alcun tipo di reazione in uno sconosciuto in grado di stendere una persona usando semplicemente il proprio alito.
 
L'ubriaco fissa Eulalia con insistenza e lei, per non sentirsi troppo a disagio, ma soprattutto per non cedere al desiderio dello stomaco, che vorrebbe rigettare il pranzo, inizia a concentrarsi sugli altri passeggeri.
Durante l'intero tragitto cerca di indovinare le storie dei presenti partendo da un qualsiasi dettaglio: un paio di occhiali dalla montatura rosso fuoco,un foulard a quadri verdi, un paio di scarpe con i lustrini o una giacca stretta e lisa.
 
Prima che l'autobus giunga alla destinazione di Eulalia, l'ubriaco si alza e va a discutere con la macchina obliteratrice,  che peraltro sembra ascoltarlo con maggiore interesse dei presenti.
Eulalia approfitta dell' inaspettata opportunita' per alzarsi e sgusciare via, in direzione della porta: ora il suo stomaco prova un grande sollievo, e anche il suo umore sembra risentire positivamente del cambiamento.


 
Solo in quel momento si avvede della presenza di un anziano, seduto accanto alla porta d'uscita, che prima era al di fuori della sua visuale.
Eulalia non e' molto brava ad attribuire l'eta' delle persone: l'uomo potrebbe avere settant' anni, come ottantacinque, ma cio' che non sfugge agli occhi di Eulalia e' la sua espressione.
 
L'anziano veste con cura, ma senza sfoggio di eleganza; porta un giaccone color kaki, imbottito e a prova di pioggia, non proprio nuovo, ma in ottime condizioni, ed indossa scarpe da ginnastica molto comode: alla sua eta', le esigenze del corpo superano di gran lunga quelle della vanita' personale.
 
Nel complesso, ad Eulalia sembra una persona tranquilla e posata, ma e' evidente che qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Infatti, dopo due fermate, l'uomo prende dalla tasca un fazzoletto e si asciuga una lacrima.
Eulalia inizia a fare delle ipotesi: forse e' malato, oppure ha un problema che non puo'risolvere; in ogni caso, ha l'aria di qualcuno che sta affrontando qualcosa di nuovo e terribile.
 

I presenti voltano lo sguardo altrove: un uomo che piange in autobus, evidentemente, e'uno spettacolo poco gradevole.
Gli altri passeggeri, infatti, preferiscono fissare la propria borsa, tuffarsi nel giornale o fingere di leggere le pubblicita' sui cartelloni.
Eulalia, invece, decide che non e' il caso di ignorare il problema, ne' di fermarsi alle congetture, cosi' si avvicina all'uomo e gli chiede se stia bene e se ci sia qualche problema.
 
L' uomo la guarda un po' stranito, rinchiudendosi nella giacca come una tartaruga nel guscio, poi si decide a parlare.
In effetti, le cose non vanno affatto bene: poco prima ha ricevuto una telefonata che lo avvertiva del decesso della moglie, ed ora si sta recando in ospedale.
E' comprensibilmente scosso, ed Eulalia, quando arriva la sua fermata, decide di andare con lui.
 
L'uomo scende, visibilmente provato, ma ancora saldo sulle proprie gambe.
Sebbene continui a sostenere di non aver bisogno di essere accompagnato, Eulalia legge nel suo sguardo il bisogno, anzi, l'assoluta necessita' di un sostegno morale.
Cosi, scesa dall'autobus, lo affianca e percorre, in assoluto silenzio, un pezzo di marciapiede a fianco dell'anziano.
L'uomo, mentre cammina, la guarda, come per studiarla, poi inizia a raccontare.
 
E' stato in ospedale con la moglie fino all' ora di pranzo: lei era ricoverata da molto tempo, ma fino al giorno precedente le sue condizioni non avevano mai destato alcuna preoccupazione.
Al mattino, pero', la donna aveva iniziato a lamentarsi per un malessere diffuso: le era venuta la febbre ed aveva chiesto di essere visitata da un dottore.
L'uomo, che andava a trovarla tutti i giorni, sia al mattino che al pomeriggio, vedendola soffrire, aveva parlato con il medico di turno, che lo aveva rassicurato sulle condizioni della donna e lo aveva invitato ad andare, come di consueto, a pranzare a casa, sostenendo non ci fosse alcun pericolo.
 
Cosi', seppure un po' in ansia, era tornato alla propria abitazione e aveva iniziato a mangiare, con il proposito di tornare in ospedale nel primo pomeriggio, cosa che del resto faceva da anni, ma a meta' del piatto di pasta aveva ricevuto la telefonata dell'ospedale, e il mondo gli era crollato addosso.
 
Rimproverava a se stesso di non essere stato con la moglie al momento del trapasso, di aver ascoltato la voce del medico che minimizzava il problema, invece del proprio istinto, e si colpevolizzava per averla lasciata morire da sola.
Erano sposati da piu' di cinquant'anni, e malgrado la vecchiaia, le malattie e l'insesorabile scorrere del tempo, si amavano ancora.
 
Cammin facendo, l'anziano, con gli occhi lucidi, apre i forzieri in cui ha racchiuso i ricordi di una vita, raccontando ad Eulalia delle esperienze, delle gioie, dei problemi, delle difficolta' che i due hanno affrontato, nell'arco di mezzo secolo, sempre insieme.
 
Giunto all'ingresso dell'ospedale, l'uomo si lascia accompagnare fin sopra la scalinata d'ingresso, poi insiste per proseguire da solo, ed Eulalia comprende che e' giusto che sia cosi': il suo compito e' finito e sa bene che sara' l'anziano a dover affrontare, da quel momento, un percorso di solitudine proprio in quella fascia di eta' in cui si e' meno corazzati per farlo.
 
Lo saluta, accetta con piacere il ringraziamento ed il sorriso triste, ma sincero, dell' uomo, e lo lascia andare incontro ad un destino su cui Eulalia,  purtroppo, non ha alcun potere.
 
Proseguendo a piedi, lungo un marciapiede annegato da una pioggia sottile, Eulalia, privata della bacchetta magica, quasi rimpiange il rassicurante malessere provato accanto all'ubriaco: ora prova una gran nausea, che, ahimè, non svanira' scendendo da alcun autobus.
 
 



venerdì, 03 ottobre 2008

Eulalia e il treno in corsa

Ci sono persone la cui vita e’ un treno in corsa: partono, prendono velocita’ e viaggiano decise.
Sebbene non sempre si conosca la destinazione del viaggio, e talvolta non si riesca nemmeno a stabilire la direzione precisa in cui stanno andando, il loro procedere lungo binari dritti e lucidi trasmette una sensazione di forza e sicurezza non comuni, e, per questo, piena di fascino.
 
Queste persone possono avere due tipi di amici: quelli che corrono paralleli ai binari e saltano a bordo per condividere il viaggio, e quelli che si aspettano che il treno spenga i motori e il conducente si dedichi completamente a loro.

 
Eulalia appartiene alla prima categoria: per lei l’amicizia e’ fatta di condivisione, partecipazione e solidarieta’, percio’, quando incontra una persona lanciata come una locomotiva, non si aspetta che questa lasci ogni occupazione per dedicarsi a lei.
 
Certo, una pausa ogni tanto e’ salutare, ed Eulalia gioisce dei momenti che le vengono dedicati: l’attenzione esclusiva di una persona cara, il sentirsi al centro del suo universo, sono sensazioni impagabili che la riportano a momenti lontani, quando tutto sembrava piu’ semplice e chiudere gli occhi, isolandosi dal mondo circostante per assaporare un gelato alla vaniglia, era un’esperienza quasi ultraterrena.
 
Tuttavia, conscia dei limiti posti da una societa’ in cui il tempo libero a disposizione e’ il vero indicatore di ricchezza delle persone, accetta di buon grado di farsi trascinare in tourbillon di spostamenti, cene, uscite al cinema, incontri, attivita’ piu’ o meno ricreative, varie ed eventuali.
 
Lo fa con la leggerezza che le e’ propria : il peso di Eulalia in una casa e’ quello di una farfalla che si posa sui mobili senza appesantirli: apre le ali mostrando i propri colori, ma occupa lo spazio di un francobollo.
 
Le piace inserirsi nella quotidianita’ delle persone, anche quando questo comporta risvegli anticipati, notti passate in letti troppo piccoli o case troppo fredde, veglie prolungate, compagnie ingombranti e chiassose, pasti nella migliore delle ipotesi creativi e spostamenti impegnativi.
 
Non le importa del contorno.
Eulalia bada alla sostanza, ed accetta le persone per quel che sono; non pretende di stravolgerne le abitudini, ne’ di monopolizzarne la vita, anche se, a dire il vero, qualche volta ne ha la tentazione: le capita con la gente che vede di rado, e con la quale vorrebbe scambiare una scorta di energia ed affetto, da conservare per i tempi di carestia.



 

Eulalia partecipa fino in fondo alla vita degli altri: lo fa come e quando le e’ possibile, ma con la determinazione di chi vuole restare sul treno fino al capolinea: un po’ per fedelta’, un po’ perche’ e’ sempre curiosa di sapere come vanno a finire le storie.
 
Ora Eulalia e’ ferma alla stazione. Passano troppi treni, e lei non sa bene quale prendere.
Alla fine qualcuno decidera’: sara’ il destino, o il cuore di Eulalia, o forse il vento che spira da Nord.


Salira’ sulla prima carrozza e restera’ col naso incollato al finestrino per guardare il paesaggio e, quando sara’ il momento, portera’ un fiore al macchinista.
lunedì, 11 agosto 2008

Eulalia e la camera mortuaria

 

Appena entrati nel bell’ edificio moderno dai mattoni rossi e dalle grandi finestre affacciate sul verde della campagna circostante, i visitatori comprendono che il cartello indicante la camera mortuaria e’ piu’ di una semplice targa applicata sulla parete esterna dell’ospedale, e che varcare la soglia significa lasciarsi alle spalle bellezza, gioia e speranza. La delusione e’ simile a quella provata da chi, basandosi sulla prima impressione, ripone grandi aspettative in persone che a prima vista appaiono gradevoli ed attraenti, ma ad un secondo sguardo rivelano una natura assai meno piacevole.
 
Dietro alla porta, l’ingresso vetusto, le cui pareti non vedono una mano di vernice fresca da troppi lustri, riporta ai tempi in cui la televisione era in bianco e nero e le persone usavano il vestito buono solo la domenica; questo caso, pero’, il ritorno al tempo che fu non ha poesia, ne’ nostalgia: solo un senso di progressivo disfacimento che ammorba l’aria, le stanze e le persone.
 
Tutto, all’interno dell’area accuratamente celata nel lato piu’ remoto dell’ospedale, riporta a quella decadenza che ben si addice al lutto, e poco ha a che fare con la modernita’ e il rinnovamento, quasi a ricordare che la morte, seppure da molti considerata un mero processo di trasformazione, passa sempre e comunque per la progressiva decomposizione non tanto del corpo, quanto dell’anima, dei sentimenti di chi rimane e di quella quotidianita’ che solo gli illusi credono immutabile.
 
Sul lato sinistro del corridoio, una stanza poco illuminata contiene le spoglie mortali di tre creature.
 
La prima e’ relativamente giovane.
E’ una donna dai capelli corti e scarmigliati; l’hanno vestita con un abito di seta, truccata e composta in una posa raccolta, ma il suo aspetto non ricorda quello una principessa addormentata: somiglia, piuttosto, a quello di un’ inquieta creatura della notte.
L ‘ espressione della testa china e’ severa, quasi minacciosa. Ha labbra curvate verso il basso a mo’ di luna calante, come una maschera da tragedia greca; il colorito e’ livido, il viso gonfio come quello di un annegato, senza pero’ la grazia che si conviene ad una novella Ofelia.
Gli occhi chiusi e la postura rigida non sono quelli di chi riposa: da un momento all’altro, ci si aspetterebbe di vederla rialzare di scatto il busto per puntare un indice severo contro gli astanti, che non hanno saputo comprendere in tempo cosa stesse accadendo nel suo cuore e nella sua mente.
 
Prigioniera come un’ape in un barattolo dal coperchio di vetro, la donna non puo’ uscire per dire cio’ che pensa del mondo e degli uomini, ma le si legge in volto un misto di rabbia ed amarezza che rende ancora piu’ penoso il pensiero del suo trapasso.
 
Intorno al corpo, stalattiti di ghiaccio artificiale pendono dalle pareti interne della cassa: una barriera artificiale contro l’afa dell’estate, che in qualche modo riporta alla mente l’immagine di una capsula d’ibernazione.
Questa volta, pero’, non ci saranno astronavi pronte a partire per Orione, ne’ centri medici in cui risvegliarsi quando il futuro verra’ raggiunto dal presente: il programma prevede un solo viaggio, senza appello ne’ ritorno.
 
La seconda cassa sembra uscita da una sagra di paese. E’ in legno di ciliegio lavorato; all’estremita’ inferiore un leggero rigonfiamento rivela la presenza di un marchingegno: uno strano ibrido tra una fisarmonica ed un organetto da strada, che al posto delle note emette aria fredda, ma senza portare alcun refrigerio ai presenti.
 
Un uomo dal colorito giallognolo affonda la testa in un cuscino. Sembra molto stanco, come se avesse lottato molto a lungo, o camminato per ore ed ore senza meta. Indossa un abito chiaro in stoffa grezza che certamente ha visto tempi migliori, ma si addice all’atmosfera contadina creata dal contenitore intarsiato e tirato a lucido. Ai lati della cassa ci si aspetterebbe di vedere due braccianti, o un imbonitore di piazza accompagnato da un saltimbanco; invece, e’ una ragazza incinta dall’aria smarrita ad avvicinarsi timidamente per un ultimo saluto.
 
In fondo alla stanza e’ stata posta una terza cassa, gemella della prima, sul cui contenuto si possono fare solo delle congetture, giacche’ da lontano non e’ possibile distinguere le fattezze del suo occupante. A giudicare dalle espressioni dipinte sui volti delle persone arrivate a rendergli omaggio e dalla copiosita’ delle lacrime versate in silenzio dai presenti, si tratta di qualcuno molto amato, e anche se non e’ dato di sapere se la sua morte sia stata prematura, o violenta, piuttosto che annunciata, e’ certo che ad essa si accompagna una grande disperazione.
 

 

 

Eulalia, appoggiata all’angolo della prima cassa, guarda il viavai di parenti, amici e conoscenti che si alternano nei pressi delle persone scomparse.
Tre diverse linee di persone, tempi e spazi, che mai s’erano incrociate prima di fare ingresso in una camera che, a dispetto del nome, non porta in se’ ne’ fuoco ne’ calore.
Nella stanza, solo visi tirati ed occhi lucidi che si intersecano per pochi istanti, e che mai piu’ s’incontreranno nei tempi a venire.
  
E sebbene le casse siano state accuratamente sigillate ed isolate dall’ ambiente circostante, Eulalia e’ certa di sentir spirare da esse un vento freddo che tutto investe e travolge: quando arriva l’ora di chiusura, Eulalia e’ rapida a fuggire, ansiosa di togliersi di dosso lo strato di ghiaccio e dolore e lasciarsi alle spalle l’assordante rumore del nulla.

 

venerdì, 27 giugno 2008

Eulalia e la finestra sui ricordi

Post pubblicato su Caffè letterario

Eulalia, seguendo una corrente ascensionale, fluttua fino all’ ultimo piano di una palazzo di citta’.
All’interno dell’appartamento d’angolo, una vecchia signora, intenta da ore ad osservare le lancette dell’ orologio, guarda dalla finestra e, forse sperando in un refolo di vento, apre le imposte.
 
E’ una giornata molto calda: come quella dell’estate del ’46, quando un bel giovane di nome Giovanni si era presentato in cascina, vestito di tutto punto, per chiedere la sua mano.
Inizialmente la famiglia di lui si era opposta, ma poi le cose si erano appianate e il matrimonio era stato felice fin dal giorno della cerimonia, che si era tenuta nella chiesa di campagna del paese, in una mattina di fine agosto.
Gli anni del dopoguerra erano stati incredibili; entusiasmo, fiducia e speranza avevano consentito alla coppia di superare i problemi economici e la difficolta’ di mantenere i quattro meravigliosi figli: sforzi premiati dalla soddisfazione di vederli laureare e formare a loro volta una bella famiglia.
 
Giorno dopo giorno, calendario dopo calendario, il tempo ormai e’ passato, senza rumore, ed 
oggi il mondo sembra diverso, forse perche’ visto attraverso occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia.
Giovanni dai capelli bianchi se n’e’ andato gia’ da tre anni, ma la vecchia signora continua imperterrita a guardare dalla finestra, verso l’ora di pranzo, sperando di vederlo rientrare.
 
L’uomo col cappello che ha appena svoltato l’angolo sembra proprio lui: peccato che prosegua oltre il portone.
D’altro canto, nel corso degli anni Giovanni si e’ fatto sempre piu’ distratto, ed oggi potrebbe aver dimenticato di fermarsi nel punto giusto.
 
La donna si sporge leggermente dalla finestra per chiamarlo, ma l’uomo non la sente: del resto, i problemi d’udito di Giovanni sono risaputi.
Presa dall’ansia di attirare la sua attenzione, la donna si sporge ulteriormente dalla finestra, rischiando di perdere l’equilibrio e cadere.
Per fortuna, qualcuno la trattiene per un braccio: e’ la vicina di casa, che viene a trovarla tutti i santi giorni da quando e’ rimasta vedova. 



La vecchia si siede, un po’ delusa, brontolando per la distrazione di Giovanni, per la sua sordita’ e per mille altri motivi.
 
Poi offre alla vicina, che ha gia’pranzato, un paio di biscotti ed un caffe’, e le racconta, per la millesima volta, la storia del suo matrimonio.
 
La vicina ascolta, annuendo ogni tanto: lei sa che l’ anziana signora non si e’mai sposata, ha sempre vissuto sola, e di tanto in tanto vaneggia, specie quando fa caldo, ma non ha cuore di contraddirla.
 
Eulalia, che ha osservato tutto dalla finestra, sente un alito di vento glaciale soffiarle sul collo.
Col cuore trafitto, lascia l’anziana signora alla felicita’ che solo la follia puo’ regalare e vola via, portando con se’ tutti i ricordi del mondo: anche quelli di cio’ che non e’ mai stato e che mai sara’.

 
Cervello: area dei "falsi ricordi"
Studio riportato sul Journal of Neuroscience
"Capita, per lo piu' in eta' avanzata, che ricordiamo d'aver fatto o detto qualcosa o aver vissuto un episodio che non ci e' mai accaduto". "Sono le fantasie create da una parte del nostro cervello che potrebbe essere battezzata: 'sorgente dei falsi ricordi', alla base dei quali - riporta il Journal of Neuroscience - ci sarebbe un 'talento impressionista' che ricostruisce un'impressione d'insieme di un certo evento e che proprio per questo potrebbe farci travisare o scombussolarci i ricordi".
lunedì, 03 marzo 2008

Eulalia e il Gambero

Australia: gamberi non dimenticano
Dopo sconfitta maschi cercano rivincita

SYDNEY, 29 FEB - Il litigioso gambero di fiume australiano detto yabby (Cherax destructor) non si rassegna quando perde e cerca sempre la rivincita.Yabby, noto per gli strenui combattimenti fra i maschi della specie, non dimentica la 'faccia' di chi lo ha battuto.
Lo hanno scoperto gli zoologi dell'universita' di Melbourne, che per due anni hanno studiato 100 coppie di gamberi. La ricerca dimostra che i gamberi ricordano e riconoscono le fattezze degli altri individui,specie dei rivali.

 
 

Eulalia apre il diario.
Per anni interi ha annotato, con cura meticolosa, tutti gli sgarbi, le scorrettezze, le promesse mai mantenute, le menzogne e i tradimenti.

Una data, poche righe per non dimenticare, ed ecco che scorrono dinanzi ai suoi occhi spalancati  le didascalie che accompagnano centinaia di fotografie, ritratti e identikit.
 
Eulalia indossa il mantello della Nemesi, pronta a spiccare il volo.
Tremino, dunque, gli esseri indegni: gli ipocriti, i malfattori, i superbi, i vili , i bugiardi.

Eulalia, figlia della Notte e dell’Erebo, spiega le ali, ed e’ gia’ sopra di loro.
lunedì, 01 ottobre 2007

Eulalia e il Primo di Ottobre

Eulalia cammina. Il marciapiede e’ lungo, ma lei non se ne cura: e’ troppo occupata ad accarezzare con la memoria una cartella rossa di pelle, ornata da un rettangolo di cavallino pezzato.
 
Un tempo, quella cartella rappresentava per Eulalia la realizzazione di un sogno bellissimo: Eulalia camminava con il fardello ancorato alle esili spalle, immaginando di galoppare nelle praterie.
Per il cavallo, invece, la cartella di Eulalia aveva significato la fine di una pacata e solitaria esistenza trascorsa tra i pali di un recinto, ma questo Eulalia non lo sapeva: era ancora in quell’ eta’ in cui non si sospetta mai che il proprio benessere possa passare per la sofferenza di qualcun altro.
 
Cosi’, il primo ottobre di un anno qualsiasi, Eulalia, con la sua cartella di cavallino bianco a macchie rosso-arancio, aveva lasciato la mano della mamma per salire i gradini ed infilarsi silenziosamente in classe, dando inizio a una lunga sequenza di giorni apparentemente tutti uguali ed equamente suddivisi tra lezioni, passeggiate fino ai bagni e merende.
 
Non era stata lei a scegliere il banco: l’anziana maestra, per comodita’, aveva messo a sedere i bambini in ordine alfabetico, per poter memorizzare piu’ facilmente i loro nomi.
Eulalia non aveva scelto nemmeno il grembiule bianco, la cui misura troppo grande era finalizzata ad un utilizzo che si sarebbe protratto negli anni successivi, ne’ le due palline di velluto verde che le penzolavano del collo, una buffa via di mezzo tra un fiocco e un cravattino eccentrico di coda di topo e pon-pon.

Ma ad Eulalia tutto questo piaceva, cosi’ come le piacevano i compagni con gli occhiali, le finestre sul giardino e il vecchio banco di legno, che da tempo non aveva, ne’ avrebbe mai piu’ visto in vita sua un calamaio pieno d’inchiostro.

 

Su invito della maestra, in una classe in religioso silenzio, cosi’ diversa da quella che sarebbe diventata la societa’ negli anni a seguire, Eulalia aveva aperto un quaderno, e poco dopo aveva appoggiato sul lato destro del banco un foglio di carta assorbente colorata.

Il profumo dei fogli a righe blu copiativo e della colla (che inevitabilmente veniva usata per qualsiasi scopo, tranne quello per cui era stata messa nel barattolo di metallo grigio-argento), era la cosa che preferiva della scuola, dopo i pennarelli colorati, che occupavano un posto speciale nel suo cuore.
Eulalia si divertiva a riempirli d’alcool, appena mostravano segni di cedimento, per riempire i fogli con mille chiazze di colore. Provava un amore smisurato per quelli color verde pisello, gli azzurri e il ciclamino, e non capiva perche’ i suoi compagni si accanissero ad usare sempre quelli rossi.
 
In classe, quel giorno, molti piangevano e chiamavano a gran voce la mamma, ma Eulalia non era tra quelli che si disperavano.

Eulalia viveva e sognava tra i banchi, sospesa tra realta’ e fantasia, vergogna ed amore, paura e leggerezza: fin da quel primo ottobre, Eulalia aveva capito di essere diversa, e a nulla erano valsi i suoi sforzi per fingere di non saper leggere e scrivere, cercando di passare inosservata: era evidente perfino per i compagni di scuola che quella bambina non camminava, come gli altri, a passi incerti tra parole nuove e letture sillabate a fatica.
Eulalia era al di la’ della loro immaginazione.
 
Il suono di un clacson riporta velocemente il calendario al proprio posto. Eulalia deve attraversare la strada, e dato che non e’ buona cosa finire sotto a un camion per colpa dei ricordi, decide di lasciare la bambina del passato nel banco in terza fila, a destreggiarsi tra matite e temperini di un tempo che non tornera’ mai piu’.

Il semaforo sta gia’ virando al giallo: la piccola Eulalia saluta da lontano con una mano davvero molto piccola, e torna ad esercitarsi con aste e puntini, per cercare di somigliare agli altri bambini.
postato da: soffiodimaggio alle ore 23:46 | link | commenti (247)
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mercoledì, 19 settembre 2007

Eulalia e l' equinozio d'autunno

Il sole sorge sempre piu’ tardi: sta per giungere il tempo in cui la notte e’ piu’ lunga del giorno, ed Eulalia, sentendo anzitempo un brivido di freddo, ha rubato alla spiaggia un pugno di rena.

Si e’ illusa di portare a casa un pezzo di spiaggia, per confondere il rumore del getto acqua nel lavandino con lo sciabordio del mare sotto la luna piena.
E’ il momento giusto per ripensare a una poesia, letta molti anni prima, e mai dimenticata:
 
 
Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio,
il cor senti' che il giorno era piu' breve.

E un’ansia repentina il cor m’assalse
per l’appressar dell’umido equinozio
che offusca l’oro delle piagge salse.
 
Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,

l’ombra crescente d’ogni stelo vano
quasi ombra d’ago in tacito quadrante.


Ma la mano di Eulalia, benche’ serrata, non trattiene a lungo il soffice raccolto: l’ultimo granello di sabbia presto e’ caduto, senza rumore, ne’ un lamento.

Eulalia guarda il cielo, ancora azzurro, e poi la propria mano.
E’ vuota.

 


lunedì, 09 luglio 2007

Eulalia e l'avaro

Eulalia non sapeva molto di lui.

Forse era nato ricco, ma questo nessuno lo ha mai saputo con certezza.
Aveva accumulato una fortuna, condividendo con la moglie dal mento
aguzzo, fin dai tempi della gioventu', il luccichio nelle pupille, alla vista di una moneta da cinque lire sul marciapiede.

Era sua, la carica dei cinquecento appartamenti: mono o bi-loculi per poveracci verso i quali provava solo ribrezzo, che pagavano l'affitto l'ultimo giorno utile, se non oltre, provocando il suo risentimento.

Non aveva mai speso un soldo per comprare penne o matite: gli bastava, ad ogni passaggio in qualche ente pubblico, dimenticare di restituirne una.
Comuni, banche, uffici postali: non c'era ufficio d’altri che non avesse fornito un inconsapevole contributo al piccolo tesoro di pennarelli, fermagli e graffette che troneggiava sulla sua scrivania, piena di fogli riciclati e ingiunzioni di pagamento per gli inquilini morosi.

Aveva istruito bene i suoi rampolli, insegnando loro la religione del denaro: una educazione che non aveva lasciato nella al caso e in seguito alla quale nessuno spendeva un centesimo piu' del dovuto.
In famiglia avevano sviluppato una particolare abilita' nel controllare gli incassi, ed erano sempre tutti cosi' occupati a contare ogni singola moneta, da perdere di vista, a volte, l'immensa vastita' del patrimonio.

Viveva in ristrettezze: dal portafoglio, sempre leggero, estraeva con riluttanza ogni banconota, come se fosse l'ultima. A pranzo, grazie al figlio primogenito che lavorava in un istituto geriatrico, si intrufolava in sala mensa, insieme ai pensionati che vivevano di stenti e ai malati in attesa di un ricovero definitivo.
Il desco gratuito gli sembrava avere il miglior sapore del mondo, e lo faceva sentire particolarmente astuto.


Per la sua eta' era ancora in gamba; infatti, faceva lunghe passeggiate, un po' per tenersi in forma, un po' per evitare di prendere l'autobus: per poche fermate sarebbe stato uno spreco timbrare il biglietto, e d'altra parte, correre il rischio di dover pagare una multa gli sembrava una imprudenza inaudita.

Non saliva su un taxi se non quando era ospite di qualcuno e le vacanze, se cosi' si potevano chiamare, le passava sempre in citta', a controllare i conti. Per i mesi veramente caldi si era concesso solo un piccolo ventilatore comprato al supermercato, perche' l'impianto di condizionamento costava troppo e consumava una quantita' spaventosa di energia elettrica.

Di tanto in tanto andava in banca e dopo essersi fatto regalare una biro rossa, con cui spuntava le voci dell'estratto conto, usciva a prendere il caffe' con il direttore, che puntualmente pagava anche per lui.

Un giorno qualsiasi se n'era andato per sempre: un po' in ritardo, a dire il vero, come ebbe a lamentarsi la moglie, pensando alla tassa di successione reintrodotta da poco, ma lasciando dietro di se' un patrimonio che intere generazioni avrebbero impiegato anni per sperperare in allegria, se solo ne fossero state capaci.

Ma arrivato il giorno di compiere l'ultimo viaggio, poco prima di un funerale di terza classe che lui stesso aveva programmato anni prima, tirando sul prezzo, era successa una cosa strana.
Il beccamorto, che lavorava controvoglia di domenica, nel sistemargli la giacca un po' lisa alla meglio, aveva scoperto un rigonfiamento.
Era una tasca segreta, nascosta nella vecchia fodera.

L'uomo delle pompe funebri, dopo aver rovistato velocemente, ne aveva estratto un rotolo di banconote.
Purtroppo, erano quasi tutte fuori corso.

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