giovedì, 30 aprile 2009

Eulalia e lo splendido giardino IX

Esercizio di stile di Bierreuno

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La mia storia inizia in questo splendido giardino, precisamente sotto la quercia che vedi laggiù, di fianco alla bicicletta gialla di mio fratello.

Ho sempre sentito quella rovere come un albero speciale, mi piace molto leggere o rilassarmi nella luce filtrata dalle sue foglie.

Be', un giorno torno a casa da scuola, lo zaino è così pesante che decido di riposarmi un po' prima di andare a tavola. Salgo sulla scaletta del letto a castello e mi sdraio. Comincio a pensare un po' di cose, soprattutto a un problema bizzarro che la prof di matematica ci ha dato per casa. Parla di una torta di mele nella quale bisogna inserire un triangolo rettangolo formato con tre quadrati, uno su ciascun lato, tutti ottenuti con fette di mela. Comincio a immaginare che la torta sia un cerchio... No, pensarci adesso mi fa venir fame, decido quindi di occuparmi del problema nel pomeriggio, magari dopo essere stato in biblioteca.
Allora accendo la radio e cerco una stazione che trasmetta della buona musica.
Non mi soddisfa niente.
Perciò salto giù dal letto ed esco in giardino per raggiungere la mia quercia.
Arrivo e mi accorgo che mamma ha spostato lì vicino la sedia e il tavolino in ferro battuto. Sul tavolo ci sono alcune stampe di un sito web, il "Teatro della Limonaia", bicchieri e ghiaccio.
Torno in casa per andare a cercare qualche notizia sugli spettacoli di questo teatro. Accendo il pc. Mentre aspetto di collegarmi, noto il curioso accostamento dei profili di oggetti piuttosto diversi fra loro. Il monitor del computer è di fianco a un grammofono e vecchi dischi impilati, li ho sempre visti lì eppure non avevo mai fatto caso prima a questa specie di anacronismo.
Quel grammofono, in realtà, più che un vecchio oggetto, è sempre stato per me come un essere vivente, un animale direi. Forse è proprio per questo che spesso lo accarezzo quando sono in internet, nemmeno con il mio gatto faccio così!
Mi piace la cassa del grammofono, in un certo senso mi sembra rassicurante, mio nonno mi diceva che è in rovere.
Questo ricordo mi fa venir voglia di prendere il grammofono e un disco e di tornare sotto la mia quercia.
Sistemo bene l'apparecchio sul tavolino di mia madre, faccio girare il disco e mi siedo.

Ecco, a quel punto probabilmente mi sono addormentato, anche se in effetti non ricordo di aver sognato.

Al risveglio mi sentivo in forma come se avessi nuotato.
Mi toccai la testa, aprii meglio gli occhi, e mi accorsi di essere in cuffia da piscina e costume da bagno.

martedì, 28 aprile 2009

Eulalia e lo splendido giardino VII

Esercizio di stile di pyperita

http://pyperita.splinder.com/

La mia storia inizia in questo splendido giardino.
Mi godo il profumo dei fiori, seduta sotto questo albero alto, mentre in lontananza sento una musica malinconica, come se un grammofono d’altri tempi facesse girare vecchi dischi.
Mi trovo bene qui. Sono arrivata due ore fa dalla stazione e il cammino è ancora lungo, mi piacerebbe essere una principessa che torna al castello con la carrozza trainata da cavalli bianchi, oppure un’attrice che prende il sole in costume da bagno nella piscina della sua villa, con gli occhiali da sole scuri e in mano due bicchieri pieni di liquore con ghiaccio, per sé e per il regista.
Invece sono solo una donna con una valigia piena di cose inutili, che osserva una vecchia bicicletta abbandonata accanto a una panchina e che pensa che in tutta la sua vita non ha imparato a cucinare neppure una torta di mele.
Mi avvio lentamente, ho in mano l’indirizzo scritto su un foglietto stropicciato, mi hanno detto che vicino alla biblioteca c’è l'albergo “La limonaia”, dove è stata prenotata una stanza a mio nome.
Da domani prendo servizio, da domani inizia la mia nuova vita.

lunedì, 27 aprile 2009

Eulalia e lo splendido giardino VI

Esercizio di stile di FKfrankcapra

http://apophenia.splinder.com

La mia storia inizia in questo splendido giardino. Ricordo la prima volta che attraversai il cancello della tenuta.

L'auto d'epoca mi era venuta a prendere davanti alla stazione, mentre mi guardavo attorno con aria sperduta. Salutai con gioia quell'uomo dai buffi baffi neri, suscitando in lui un certo imbarazzo, prima di capire che era solo l'autista. Incontrai il mio nuovo papà solo lì, in mezzo a quei fiori dai colori sgargianti. Abituata al freddo grigiore dell'orfanotrofio, nella mia mente, il caldo colore dei fiori si legò per sempre al volto segnato dal tempo dell'uomo che sarebbe divenuto mio padre. In quel momento quasi non feci caso al maestoso castello che si ergeva al centro del giardino, una casa ben diversa dalle modeste mura che mi avevano visto crescere. I miei occhi erano persi in quei colori. I fiori e gli alberi da frutto riempivano i miei sensi di profumi e vivaci tonalità. Era l'ora del tè. La prima cosa che mangiai arrivata in quella casa fu una fetta di torta di mele. Le rosse mele che crescevano tra gli alberi del giardino, quelle che scorsi dietro alla spalla di mio padre, Lord Albert, quando mi abbracciò per la prima volta.

Del rapporto con Nessa, seconda moglie di Lord Albert, non ho purtroppo ricordi felici. Non venne neppure ad incontrarmi quel giorno e rimise a mangiare nelle sue stanze. Il primo ricordo che ho di lei è di quando la vidi, il giorno seguente, dalla finestra della biblioteca. Sdraiata al bordo della piscina su un lettino di legno, indossava un costume nero piuttosto ardito. Era visibilmente più giovane di mio padre. La donna alzò la testa verso la finestra. I grandi occhiali neri incrociarono il mio sguardo. Alzai la mano per salutare. Lei si rigirò con indifferenza verso la piscina e sollevò un bicchiere ancora pieno a metà. Vicino a lei su un vassoio ne erano posati diversi. Quasi tutti erano ormai vuoti. Rimaneva solo il ghiaccio, la cui fredda luce pungente sembrava resistere al calore del sole.  Al tempo non avevo ancora capito quanto profondo fosse quel gelo.

Passarono gli anni e la mia vita all'orfanotrofio divenne solo un lontano ricordo. Passavo le mie giornate girando l'immenso giardino su una bicicletta. L'avevo fatta dipingere di rosso, come le mele così dolci del frutteto. Fu così che conobbi Bradley. Bradley era un ragazzo giovane e vivace. Da piccolo aveva avuto gravi problemi di salute, ma ora era guarito ed aveva sostituito il padre nel curare gli alberi da frutto di Lord Albert.  Durante l'estate portavo con me della limonata, fatta con i limoni coltivati nella tenuta. Lo guardavo lavorare, fino a quando egli non mi scorgeva e posava gli attrezzi da lavoro. Ci stendevamo sull'erba sotto l'ombra dei grandi cipressi e ridevamo assieme sorseggiando quell'aspro nettare. Con lui mi trovavo a mio agio.

Quando finì l'autunno, finì anche il lavoro di Bradley. Lui mi mostrò però un piccolo luogo dove avremmo potuto incontrarci in segreto. Era una limonaia, dove durante l'inverno venivano messe le piante di limoni per proteggerli dal freddo. Mancavano ancora due giorni al nostro incontro, ma andai lì presa dalla curiosità di scoprire questo posto nascosto, con il cuore ricolmo di trepidazione. Era una piccola serra tutta di vetro. La struttura di ferro battuto formava dei disegni, come fiori dai petali d'acciaio. Lasciai la bicicletta rossa appoggiata a tortuose foglie di metallo scuro.

All'interno oltre agli attrezzi ed alle piante, su un grosso tavolo sporco c'era un vecchio grammofono, e dei dischi in vinile. Con la mano scostai la polvere ed il terriccio che li ricoprivano. Musica col sapore di abiti di raso, fumo di sigari e film in bianco e nero. Sollevai Rapsodia in blu di George Gershwin e appoggiato a The Believer di John Coltrane trovai una lettera. Una busta ingiallita dal tempo. Una lettera d'amore? Forse anche Lord Albert si era trovato qui in segreto. La aprii. Era scritta a mano, ma la scrittura, poco elegante e confusa, non era quella di una donna e neppure di Lord Albert.

Milord,
so che eravate solito nelle notti di luna venire con vostra moglie lady Ellen, proprio in questo luogo dove avete chiesto la sua mano. Lascio dunque qui questa missiva. Se il ricordo di lei vi porterà di nuovo alla limonaia, forse la troverete.
Vi ho già dato le mie dimissioni e sto per partire. Non ho il coraggio di dirvi queste parole di persona, ma il mio senso di colpa è troppo grande perché io possa sopportare altrimenti. So di avervi riferito di aver visto lady Ellen lasciare la casa con i suoi bagagli, ma come forse avrete immaginato, questa assurda versione dei fatti non corrisponde al vero. Voi conoscete i problemi di salute che affliggono il mio giovane figlio. Ciò nonostante non capisco come io abbia potuto farmi irretire a tal punto dalle parole di quella donna e dalle promesse di una cura. Le parole non posso essere sufficienti per ottenere il vostro perdono, ma vorrei almeno che voi conosceste la verità. La signorina Nessa in cambio del rimedio per la rara malattia di mio figlio, mi chiese senza esitazione, né vergogna alcuna, di porre fine alla vita di vostra moglie lady Ellen. Che Dio mi perdoni, accecato dall'amore paterno o forse dalla follia io accettai. Io Daniel Mac Trevor confesso di aver quella mattina colpito a morte vostra moglie lady Ellen. Presi poi due valigie e riempitele con i suoi effetti personali le seppellii assieme al suo corpo, proprio qui di fronte a questa limonaia. Una parte di me spera che voi troviate questa lettera così che io possa ricevere la giusta punizione. Tuttavia forse vi sarà risparmiata questa dolorosa verità e la mia anima subirà il proprio castigo solo davanti agli occhi del Signore.
In fede,
Daniel

Quel giorno tornai a piedi dalla limonaia. Non ebbi il coraggio di riprendere la mia bicicletta rossa. Appoggiata a quel terreno che nascondeva un segreto così orribile. Avevo rimesso la lettera al suo posto. Ero incapace di giudicare se la vita di Bradley fosse o meno un prezzo abbastanza alto da giustificare la morte di quella lady Ellen che non avevo mai conosciuto. Ripensai all'inizio di quella lettera sporca di terra e di dolore: "Se il ricordo di lei vi porterà di nuovo alla limonaia, forse la troverete." La polvere aveva ormai ricoperto il vecchio grammofono. Allora forse era giusto così, che quella lettera rimanesse nascosta dai ricordi piacevoli di un amore romantico, tra Gershwin e Coltrane e che quel luogo rimanesse un tempio all'amore e non divenisse solo una tomba insanguinata. Io però non tornai più alla limonaia e quando Bradley si recò lì senza trovarmi, pensò alle fugaci promesse di un amore durato un estate.

T.B.Blaze

giovedì, 23 aprile 2009

Eulalia e e lo splendido giardino IV

Esercizio di stile di jackres

http://catalitica.splinder.com/

 

 La mia storia inizia in questo splendido giardino.

 
A sei anni mi intrufolavo tra le siepi di pitosforo e bosso, rincorrevo le lucertole e afferravo la vita con le mani. Del giardino ero il re ed un vecchio mandorlo era il mio castello. Mi ci arrampicavo con agilità. Lassù mi sentivo in cielo perché da lassù potevo tenere sott’occhio tutto il mio mondo, il mio splendido giardino.
 
Non passò molto che mi ritrovai in una stazione, il mio mondo costretto in una valigia che profumava di viole. Sul principio il partire mi fu doloroso, ma quanti profumi avrei scoperto da quel giorno in poi! Viaggiavo sempre, non mi fermavo mai: quando in treno, spesso a piedi, qualche bicicletta rubata. Lasciavo che a guidarmi fosse il mio naso. Mi bastava attendere l’alba per trovare del pane caldo; lasciarmi nauseare dalla mimosa per capire che l’inverno, ormai, stava per finire.
 
Dovunque andassi, città o villaggio che fosse, ricordi, avevo il vizio di arrampicarmi sui muri di cinta delle case signorili. Dai loro giardini cercavo di intuire che tipo di persone fossero. Se scovavo alberi da frutto gioivo: era certo che, nel suonare alla loro porta, mi avrebbero offerto qualcosa da mangiare. Se trovavo una piscina dubitavo: gente fredda. Se trovavo dei cani alzavo i tacchi e giravo alla larga.
 
Un pomeriggio accadde che mi arrampicai e scorsi una festa, una festa a bordo piscina. Gente fredda, pensai subito, ma un tizio mi vide e non esitò a gridare: «Che diavolo fa lassù? È di vedetta? Salti giù e venga a farsi un bagno». Ed io saltai giù.
 
Quando vide com’ero conciato credo si pentì di avermi invitato. Ma fu comunque caloroso nell’accogliermi, al pari del resto degli invitati. Mi dettero un costume e lasciarono che io sguazzassi liberamente nel loro cloro. Poi mi invitarono ad un tavolo, dove non mancavano bicchieri e ghiaccio, e mi offrirono una limonata, da accompagnare a una squisita torta di mele. «Questa torta l’ho fatta io – mi dicesti tu – con le mele del frutteto. Sta dall’altro lato della casa, lo vuoi vedere?».
 
Trovai lavoro nella biblioteca del paese, ti sposai e per lungo tempo vivemmo in quella casa. Ricordo i meli, i peschi, gli albicocchi, e anche i due nespoli, che piantai io stesso dopo che ti convinsi a fare a meno della piscina. D’estate davamo delle bellissime feste nel frutteto, con solo un grammofono e dei vecchi dischi, e le lampadine colorate appese, non l'ho dimenticato.
 
Ma la mia storia ha inizio in questo splendido giardino, e adesso che non ci sei più qui desidero che finisca. Voglio di nuovo accarezzare queste siepi di bosso, e perdermi nel rincorrere con lo sguardo le mie lucertole in festa, perché il loro re è tornato. E voglio starmene seduto sotto al vecchio mandorlo, a guardare il mio mondo fatto di cielo.
martedì, 06 gennaio 2009

Eulalia e il nuovo anno

Eulalia e' in perenne movimento .

Sospesa tra il mondo degli uomini e quello delle creature ultraterrene, viaggia nel piano della natura e in quello del fantastico.

Tra lo spazio profondo e gli abissi dell'anima, danza nelle notti di luna calante, tenendo in mano la torcia perenne della passione e del destino, e sebbene una gelida coltre bianca copra la terra e i sogni, Eulalia, novella Ecate, procede a passo spedito, con sicurezza.

 

Eulalia e' viva.

 

giovedì, 06 novembre 2008

Eulalia e l'autobus del giovedi'

 
Eulalia corre tra la gente. Attorno a lei, uno sciame di persone senz’ali s’agita e sgomita per tornare al proprio alveare.
Non c’e miele, ne’ profumo di fiori sull’ autobus che porta a casa le facce tristi del giovedi’ sera: solo volti tirati, barbe incolte, occhi scavati.
 
Eulalia prova un senso di nausea: sara’ per colpa del rollìo, oppure a causa dell’ enorme, ripugnante montagna di carne e grasso che si e’ seduta, sbuffando, accanto a lei.
 
Si tratta di un ubriaco, che regge in mano una bottiglia ormai quasi vuota.
Appena salito a bordo, si e’ scaraventato in uno dei pochi posti liberi; indossa abiti che non hanno provato l’emozione di un bucato da almeno sei settimane, ed emana un tanfo che mette a dura prova lo stomaco dei presenti.
 
Eulalia, pero’, non si muove, temendo di irritarlo: lo ha appena visto inveire contro un passeggero che aveva avuto l'ardire di trovarsi nelle vicinanze del posto libero, ed Eulalia non vuole scatenare alcun tipo di reazione in uno sconosciuto in grado di stendere una persona usando semplicemente il proprio alito.
 
L'ubriaco fissa Eulalia con insistenza e lei, per non sentirsi troppo a disagio, ma soprattutto per non cedere al desiderio dello stomaco, che vorrebbe rigettare il pranzo, inizia a concentrarsi sugli altri passeggeri.
Durante l'intero tragitto cerca di indovinare le storie dei presenti partendo da un qualsiasi dettaglio: un paio di occhiali dalla montatura rosso fuoco,un foulard a quadri verdi, un paio di scarpe con i lustrini o una giacca stretta e lisa.
 
Prima che l'autobus giunga alla destinazione di Eulalia, l'ubriaco si alza e va a discutere con la macchina obliteratrice,  che peraltro sembra ascoltarlo con maggiore interesse dei presenti.
Eulalia approfitta dell' inaspettata opportunita' per alzarsi e sgusciare via, in direzione della porta: ora il suo stomaco prova un grande sollievo, e anche il suo umore sembra risentire positivamente del cambiamento.


 
Solo in quel momento si avvede della presenza di un anziano, seduto accanto alla porta d'uscita, che prima era al di fuori della sua visuale.
Eulalia non e' molto brava ad attribuire l'eta' delle persone: l'uomo potrebbe avere settant' anni, come ottantacinque, ma cio' che non sfugge agli occhi di Eulalia e' la sua espressione.
 
L'anziano veste con cura, ma senza sfoggio di eleganza; porta un giaccone color kaki, imbottito e a prova di pioggia, non proprio nuovo, ma in ottime condizioni, ed indossa scarpe da ginnastica molto comode: alla sua eta', le esigenze del corpo superano di gran lunga quelle della vanita' personale.
 
Nel complesso, ad Eulalia sembra una persona tranquilla e posata, ma e' evidente che qualcosa non sta andando per il verso giusto.
Infatti, dopo due fermate, l'uomo prende dalla tasca un fazzoletto e si asciuga una lacrima.
Eulalia inizia a fare delle ipotesi: forse e' malato, oppure ha un problema che non puo'risolvere; in ogni caso, ha l'aria di qualcuno che sta affrontando qualcosa di nuovo e terribile.
 

I presenti voltano lo sguardo altrove: un uomo che piange in autobus, evidentemente, e'uno spettacolo poco gradevole.
Gli altri passeggeri, infatti, preferiscono fissare la propria borsa, tuffarsi nel giornale o fingere di leggere le pubblicita' sui cartelloni.
Eulalia, invece, decide che non e' il caso di ignorare il problema, ne' di fermarsi alle congetture, cosi' si avvicina all'uomo e gli chiede se stia bene e se ci sia qualche problema.
 
L' uomo la guarda un po' stranito, rinchiudendosi nella giacca come una tartaruga nel guscio, poi si decide a parlare.
In effetti, le cose non vanno affatto bene: poco prima ha ricevuto una telefonata che lo avvertiva del decesso della moglie, ed ora si sta recando in ospedale.
E' comprensibilmente scosso, ed Eulalia, quando arriva la sua fermata, decide di andare con lui.
 
L'uomo scende, visibilmente provato, ma ancora saldo sulle proprie gambe.
Sebbene continui a sostenere di non aver bisogno di essere accompagnato, Eulalia legge nel suo sguardo il bisogno, anzi, l'assoluta necessita' di un sostegno morale.
Cosi, scesa dall'autobus, lo affianca e percorre, in assoluto silenzio, un pezzo di marciapiede a fianco dell'anziano.
L'uomo, mentre cammina, la guarda, come per studiarla, poi inizia a raccontare.
 
E' stato in ospedale con la moglie fino all' ora di pranzo: lei era ricoverata da molto tempo, ma fino al giorno precedente le sue condizioni non avevano mai destato alcuna preoccupazione.
Al mattino, pero', la donna aveva iniziato a lamentarsi per un malessere diffuso: le era venuta la febbre ed aveva chiesto di essere visitata da un dottore.
L'uomo, che andava a trovarla tutti i giorni, sia al mattino che al pomeriggio, vedendola soffrire, aveva parlato con il medico di turno, che lo aveva rassicurato sulle condizioni della donna e lo aveva invitato ad andare, come di consueto, a pranzare a casa, sostenendo non ci fosse alcun pericolo.
 
Cosi', seppure un po' in ansia, era tornato alla propria abitazione e aveva iniziato a mangiare, con il proposito di tornare in ospedale nel primo pomeriggio, cosa che del resto faceva da anni, ma a meta' del piatto di pasta aveva ricevuto la telefonata dell'ospedale, e il mondo gli era crollato addosso.
 
Rimproverava a se stesso di non essere stato con la moglie al momento del trapasso, di aver ascoltato la voce del medico che minimizzava il problema, invece del proprio istinto, e si colpevolizzava per averla lasciata morire da sola.
Erano sposati da piu' di cinquant'anni, e malgrado la vecchiaia, le malattie e l'insesorabile scorrere del tempo, si amavano ancora.
 
Cammin facendo, l'anziano, con gli occhi lucidi, apre i forzieri in cui ha racchiuso i ricordi di una vita, raccontando ad Eulalia delle esperienze, delle gioie, dei problemi, delle difficolta' che i due hanno affrontato, nell'arco di mezzo secolo, sempre insieme.
 
Giunto all'ingresso dell'ospedale, l'uomo si lascia accompagnare fin sopra la scalinata d'ingresso, poi insiste per proseguire da solo, ed Eulalia comprende che e' giusto che sia cosi': il suo compito e' finito e sa bene che sara' l'anziano a dover affrontare, da quel momento, un percorso di solitudine proprio in quella fascia di eta' in cui si e' meno corazzati per farlo.
 
Lo saluta, accetta con piacere il ringraziamento ed il sorriso triste, ma sincero, dell' uomo, e lo lascia andare incontro ad un destino su cui Eulalia,  purtroppo, non ha alcun potere.
 
Proseguendo a piedi, lungo un marciapiede annegato da una pioggia sottile, Eulalia, privata della bacchetta magica, quasi rimpiange il rassicurante malessere provato accanto all'ubriaco: ora prova una gran nausea, che, ahimè, non svanira' scendendo da alcun autobus.
 
 



venerdì, 03 ottobre 2008

Eulalia e il treno in corsa

Ci sono persone la cui vita e’ un treno in corsa: partono, prendono velocita’ e viaggiano decise.
Sebbene non sempre si conosca la destinazione del viaggio, e talvolta non si riesca nemmeno a stabilire la direzione precisa in cui stanno andando, il loro procedere lungo binari dritti e lucidi trasmette una sensazione di forza e sicurezza non comuni, e, per questo, piena di fascino.
 
Queste persone possono avere due tipi di amici: quelli che corrono paralleli ai binari e saltano a bordo per condividere il viaggio, e quelli che si aspettano che il treno spenga i motori e il conducente si dedichi completamente a loro.

 
Eulalia appartiene alla prima categoria: per lei l’amicizia e’ fatta di condivisione, partecipazione e solidarieta’, percio’, quando incontra una persona lanciata come una locomotiva, non si aspetta che questa lasci ogni occupazione per dedicarsi a lei.
 
Certo, una pausa ogni tanto e’ salutare, ed Eulalia gioisce dei momenti che le vengono dedicati: l’attenzione esclusiva di una persona cara, il sentirsi al centro del suo universo, sono sensazioni impagabili che la riportano a momenti lontani, quando tutto sembrava piu’ semplice e chiudere gli occhi, isolandosi dal mondo circostante per assaporare un gelato alla vaniglia, era un’esperienza quasi ultraterrena.
 
Tuttavia, conscia dei limiti posti da una societa’ in cui il tempo libero a disposizione e’ il vero indicatore di ricchezza delle persone, accetta di buon grado di farsi trascinare in tourbillon di spostamenti, cene, uscite al cinema, incontri, attivita’ piu’ o meno ricreative, varie ed eventuali.
 
Lo fa con la leggerezza che le e’ propria : il peso di Eulalia in una casa e’ quello di una farfalla che si posa sui mobili senza appesantirli: apre le ali mostrando i propri colori, ma occupa lo spazio di un francobollo.
 
Le piace inserirsi nella quotidianita’ delle persone, anche quando questo comporta risvegli anticipati, notti passate in letti troppo piccoli o case troppo fredde, veglie prolungate, compagnie ingombranti e chiassose, pasti nella migliore delle ipotesi creativi e spostamenti impegnativi.
 
Non le importa del contorno.
Eulalia bada alla sostanza, ed accetta le persone per quel che sono; non pretende di stravolgerne le abitudini, ne’ di monopolizzarne la vita, anche se, a dire il vero, qualche volta ne ha la tentazione: le capita con la gente che vede di rado, e con la quale vorrebbe scambiare una scorta di energia ed affetto, da conservare per i tempi di carestia.



 

Eulalia partecipa fino in fondo alla vita degli altri: lo fa come e quando le e’ possibile, ma con la determinazione di chi vuole restare sul treno fino al capolinea: un po’ per fedelta’, un po’ perche’ e’ sempre curiosa di sapere come vanno a finire le storie.
 
Ora Eulalia e’ ferma alla stazione. Passano troppi treni, e lei non sa bene quale prendere.
Alla fine qualcuno decidera’: sara’ il destino, o il cuore di Eulalia, o forse il vento che spira da Nord.


Salira’ sulla prima carrozza e restera’ col naso incollato al finestrino per guardare il paesaggio e, quando sara’ il momento, portera’ un fiore al macchinista.
lunedì, 11 agosto 2008

Eulalia e la camera mortuaria

 

Appena entrati nel bell’ edificio moderno dai mattoni rossi e dalle grandi finestre affacciate sul verde della campagna circostante, i visitatori comprendono che il cartello indicante la camera mortuaria e’ piu’ di una semplice targa applicata sulla parete esterna dell’ospedale, e che varcare la soglia significa lasciarsi alle spalle bellezza, gioia e speranza. La delusione e’ simile a quella provata da chi, basandosi sulla prima impressione, ripone grandi aspettative in persone che a prima vista appaiono gradevoli ed attraenti, ma ad un secondo sguardo rivelano una natura assai meno piacevole.
 
Dietro alla porta, l’ingresso vetusto, le cui pareti non vedono una mano di vernice fresca da troppi lustri, riporta ai tempi in cui la televisione era in bianco e nero e le persone usavano il vestito buono solo la domenica; questo caso, pero’, il ritorno al tempo che fu non ha poesia, ne’ nostalgia: solo un senso di progressivo disfacimento che ammorba l’aria, le stanze e le persone.
 
Tutto, all’interno dell’area accuratamente celata nel lato piu’ remoto dell’ospedale, riporta a quella decadenza che ben si addice al lutto, e poco ha a che fare con la modernita’ e il rinnovamento, quasi a ricordare che la morte, seppure da molti considerata un mero processo di trasformazione, passa sempre e comunque per la progressiva decomposizione non tanto del corpo, quanto dell’anima, dei sentimenti di chi rimane e di quella quotidianita’ che solo gli illusi credono immutabile.
 
Sul lato sinistro del corridoio, una stanza poco illuminata contiene le spoglie mortali di tre creature.
 
La prima e’ relativamente giovane.
E’ una donna dai capelli corti e scarmigliati; l’hanno vestita con un abito di seta, truccata e composta in una posa raccolta, ma il suo aspetto non ricorda quello una principessa addormentata: somiglia, piuttosto, a quello di un’ inquieta creatura della notte.
L ‘ espressione della testa china e’ severa, quasi minacciosa. Ha labbra curvate verso il basso a mo’ di luna calante, come una maschera da tragedia greca; il colorito e’ livido, il viso gonfio come quello di un annegato, senza pero’ la grazia che si conviene ad una novella Ofelia.
Gli occhi chiusi e la postura rigida non sono quelli di chi riposa: da un momento all’altro, ci si aspetterebbe di vederla rialzare di scatto il busto per puntare un indice severo contro gli astanti, che non hanno saputo comprendere in tempo cosa stesse accadendo nel suo cuore e nella sua mente.
 
Prigioniera come un’ape in un barattolo dal coperchio di vetro, la donna non puo’ uscire per dire cio’ che pensa del mondo e degli uomini, ma le si legge in volto un misto di rabbia ed amarezza che rende ancora piu’ penoso il pensiero del suo trapasso.
 
Intorno al corpo, stalattiti di ghiaccio artificiale pendono dalle pareti interne della cassa: una barriera artificiale contro l’afa dell’estate, che in qualche modo riporta alla mente l’immagine di una capsula d’ibernazione.
Questa volta, pero’, non ci saranno astronavi pronte a partire per Orione, ne’ centri medici in cui risvegliarsi quando il futuro verra’ raggiunto dal presente: il programma prevede un solo viaggio, senza appello ne’ ritorno.
 
La seconda cassa sembra uscita da una sagra di paese. E’ in legno di ciliegio lavorato; all’estremita’ inferiore un leggero rigonfiamento rivela la presenza di un marchingegno: uno strano ibrido tra una fisarmonica ed un organetto da strada, che al posto delle note emette aria fredda, ma senza portare alcun refrigerio ai presenti.
 
Un uomo dal colorito giallognolo affonda la testa in un cuscino. Sembra molto stanco, come se avesse lottato molto a lungo, o camminato per ore ed ore senza meta. Indossa un abito chiaro in stoffa grezza che certamente ha visto tempi migliori, ma si addice all’atmosfera contadina creata dal contenitore intarsiato e tirato a lucido. Ai lati della cassa ci si aspetterebbe di vedere due braccianti, o un imbonitore di piazza accompagnato da un saltimbanco; invece, e’ una ragazza incinta dall’aria smarrita ad avvicinarsi timidamente per un ultimo saluto.
 
In fondo alla stanza e’ stata posta una terza cassa, gemella della prima, sul cui contenuto si possono fare solo delle congetture, giacche’ da lontano non e’ possibile distinguere le fattezze del suo occupante. A giudicare dalle espressioni dipinte sui volti delle persone arrivate a rendergli omaggio e dalla copiosita’ delle lacrime versate in silenzio dai presenti, si tratta di qualcuno molto amato, e anche se non e’ dato di sapere se la sua morte sia stata prematura, o violenta, piuttosto che annunciata, e’ certo che ad essa si accompagna una grande disperazione.
 

 

 

Eulalia, appoggiata all’angolo della prima cassa, guarda il viavai di parenti, amici e conoscenti che si alternano nei pressi delle persone scomparse.
Tre diverse linee di persone, tempi e spazi, che mai s’erano incrociate prima di fare ingresso in una camera che, a dispetto del nome, non porta in se’ ne’ fuoco ne’ calore.
Nella stanza, solo visi tirati ed occhi lucidi che si intersecano per pochi istanti, e che mai piu’ s’incontreranno nei tempi a venire.
  
E sebbene le casse siano state accuratamente sigillate ed isolate dall’ ambiente circostante, Eulalia e’ certa di sentir spirare da esse un vento freddo che tutto investe e travolge: quando arriva l’ora di chiusura, Eulalia e’ rapida a fuggire, ansiosa di togliersi di dosso lo strato di ghiaccio e dolore e lasciarsi alle spalle l’assordante rumore del nulla.

 

lunedì, 07 luglio 2008

Eulalia e la calvizie

ROMA, 5 LUG - Sole, mare, casco e lavaggi frequenti non hanno alcun ruolo nella caduta dei capelli: la principale causa e' legata allo stress. Per gli uomini si tratta soprattutto delle preoccupazioni legate al lavoro e ai soldi, per le donne delle pene d'amore.

Non hanno dubbi gli oltre 300 tricologi riuniti a Genova per il congresso annuale della European Hair Research Society. A giocare un ruolo determinante nella comparsa del fenomeno e' l'insieme degli stress e la loro alta frequenza.


 
Eulalia vaga senza meta nella citta’ perduta.
Ai bordi di una fontana, la gente cerca il proprio riflesso nell’ acqua, sperando in una risposta clemente.


Lo specchio liquido rimanda riflessi di crani lucidi: palle da biliardo su cui labbra sottili e curvate all’ ingiu’ non disegnano sorrisi da troppo tempo. L’ acqua riflette immagini di teste glabre, con due teste di spillo al posto degli occhi: piu’ che sufficienti per consentire una visione, seppure riduttiva ed incolore, di un mondo circostante che e’ fatto di lamiere, bitume ed automobili.


Nelle vetrine, le donne cercano di rivedere il proprio volto, ma non ricevono che immagini di abiti tropo corti e scarpe rosse dai tacchi vertiginosi.
Allora aprono le borsette, evitano accuratamente i fazzoletti, le agende elettroniche ed il rossetto, e afferrano il guscio d’ostrica sintetica che racchiude lo specchietto da trucco.

Si guardano, e non riescono a celare la delusione alla vista della calotta cranica liscia come un palloncino gonfio d’ elio, sotto la quale non si distingue nulla di definito: il naso, unico punto di riferimento, e’ ridotto a un paio di forellini piazzati tra gli occhi e il mento, e le orecchie, sorde ad ogni richiamo d’amore, sono nascoste chissa’ dove.
 
Eulalia, sfiancata dal caldo, siede al bordo del pozzo. Ha appena gettato un sassolino, che si e’ tuffato volentieri nell’acqua fresca e ora la saluta felice.
I cerchi concentrici della superficie si stanno diradando velocemente, ed Eulalia puo’ vedere nuovamente la propria immagine riflessa.
 
Intorno, la gente infelice la guarda con invidia e malizia, meditando di rasarle il cranio, come se la cosa potesse fornire una sorta di compensazione morale per la tristezza di una vita piatta e senza emozioni.
 
Eulalia scuote la chioma e, sorridendo, lascia le strade incolori piene di gente triste, tornando a divertirsi tra le violette e le nuvole rosa del tramonto.
 
venerdì, 27 giugno 2008

Eulalia e la finestra sui ricordi

Post pubblicato su Caffè letterario

Eulalia, seguendo una corrente ascensionale, fluttua fino all’ ultimo piano di una palazzo di citta’.
All’interno dell’appartamento d’angolo, una vecchia signora, intenta da ore ad osservare le lancette dell’ orologio, guarda dalla finestra e, forse sperando in un refolo di vento, apre le imposte.
 
E’ una giornata molto calda: come quella dell’estate del ’46, quando un bel giovane di nome Giovanni si era presentato in cascina, vestito di tutto punto, per chiedere la sua mano.
Inizialmente la famiglia di lui si era opposta, ma poi le cose si erano appianate e il matrimonio era stato felice fin dal giorno della cerimonia, che si era tenuta nella chiesa di campagna del paese, in una mattina di fine agosto.
Gli anni del dopoguerra erano stati incredibili; entusiasmo, fiducia e speranza avevano consentito alla coppia di superare i problemi economici e la difficolta’ di mantenere i quattro meravigliosi figli: sforzi premiati dalla soddisfazione di vederli laureare e formare a loro volta una bella famiglia.
 
Giorno dopo giorno, calendario dopo calendario, il tempo ormai e’ passato, senza rumore, ed 
oggi il mondo sembra diverso, forse perche’ visto attraverso occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia.
Giovanni dai capelli bianchi se n’e’ andato gia’ da tre anni, ma la vecchia signora continua imperterrita a guardare dalla finestra, verso l’ora di pranzo, sperando di vederlo rientrare.
 
L’uomo col cappello che ha appena svoltato l’angolo sembra proprio lui: peccato che prosegua oltre il portone.
D’altro canto, nel corso degli anni Giovanni si e’ fatto sempre piu’ distratto, ed oggi potrebbe aver dimenticato di fermarsi nel punto giusto.
 
La donna si sporge leggermente dalla finestra per chiamarlo, ma l’uomo non la sente: del resto, i problemi d’udito di Giovanni sono risaputi.
Presa dall’ansia di attirare la sua attenzione, la donna si sporge ulteriormente dalla finestra, rischiando di perdere l’equilibrio e cadere.
Per fortuna, qualcuno la trattiene per un braccio: e’ la vicina di casa, che viene a trovarla tutti i santi giorni da quando e’ rimasta vedova. 



La vecchia si siede, un po’ delusa, brontolando per la distrazione di Giovanni, per la sua sordita’ e per mille altri motivi.
 
Poi offre alla vicina, che ha gia’pranzato, un paio di biscotti ed un caffe’, e le racconta, per la millesima volta, la storia del suo matrimonio.
 
La vicina ascolta, annuendo ogni tanto: lei sa che l’ anziana signora non si e’mai sposata, ha sempre vissuto sola, e di tanto in tanto vaneggia, specie quando fa caldo, ma non ha cuore di contraddirla.
 
Eulalia, che ha osservato tutto dalla finestra, sente un alito di vento glaciale soffiarle sul collo.
Col cuore trafitto, lascia l’anziana signora alla felicita’ che solo la follia puo’ regalare e vola via, portando con se’ tutti i ricordi del mondo: anche quelli di cio’ che non e’ mai stato e che mai sara’.

 
Cervello: area dei "falsi ricordi"
Studio riportato sul Journal of Neuroscience
"Capita, per lo piu' in eta' avanzata, che ricordiamo d'aver fatto o detto qualcosa o aver vissuto un episodio che non ci e' mai accaduto". "Sono le fantasie create da una parte del nostro cervello che potrebbe essere battezzata: 'sorgente dei falsi ricordi', alla base dei quali - riporta il Journal of Neuroscience - ci sarebbe un 'talento impressionista' che ricostruisce un'impressione d'insieme di un certo evento e che proprio per questo potrebbe farci travisare o scombussolarci i ricordi".

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